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Sono passati tre anni dall’inizio del conflitto in Siria. Tre anni, migliaia di vittime e milioni di profughi. Era marzo del 2011 quando è scoppiata la guerra civile che ancor oggi vede fronteggiarsi le forze dell’opposizione e quelle governative. Da allora gli sfollati interni sono 6,5 milioni, i profughi negli stati limitrofi di Giordania, Libano, Egitto e Iraq sono 2,5 milioni.

Za’atari è uno dei più grandi campi profughi siriani, in Giordania, gestito dall’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che ospita 120.000 rifugiati, di cui 21.600 sono bambini sotto i 5 anni. A de
nunciare la grave situazione in cui si trovano milioni di bambini è Save The Children, che lanciando una campagna di sensibilizzazione a favore della Siria, pone sotto i riflettori una questione dimenticata da troppi.

Se tu fossi il padre o la madre di un bambino siriano cosa faresti? Rimarresti nel Paese devastato dalla guerra o scapperesti?”, è questa la domanda che viene posta attraverso un percorso interattivo sul sito. La risposta in entrambi i casi comporta delle difficoltà, legate al rischio di torture, attacchi, violenze. Ma anche malnutrizione, freddo, mancanza di cure sanitarie, sviluppo di traumi ed effetti psicologici spesso sottovalutati. I bambini, infatti, spesso perdono i genitori e familiari stretti durante i conflitti, assistono ad attacchi, abbandonano la loro casa e sono sottoposti a forti fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi post-traumatici ed emotivi, senza possedere gli strumenti per fronteggiare adeguatamente queste situazioni.

Quello che sta accadendo in Siria non ha distanza geografica ed ha bisogno di essere documentato e mostrato. Non possiamo permetterci il lusso di trascurarlo, di stare a guardare mentre milioni di persone vivono una tragedia che sembra non aver fine. #withSyria è l’hashtag lanciato sui social per non dimenticare, per far sì che questo sia l’ultimo anniversario del conflitto.