Sono sempre più convinto che le recensioni negative non andrebbero fatte. Non per codarderia (anche se a volte, visto il clima da battaglia perenne sui social, è semplice autoconservazione) ma perché le cose brutte meritano di essere dimenticate e tralasciate. Un po’ come Westworld, la cui prima stagione è stata fenomenale e la cui seconda quasi non andrebbe vista per non rovinarsi l’esperienza. Intendiamoci, non posso assolutamente dire che sia brutta in senso assoluto ma è notevolmente sottotono rispetto alla magnificenza della prima. Ed è sottotono pure rispetto alle serie di pari livello produttivo del 2018.

Per fare una corretta analisi dovrei fare molti spoiler (violando la sacra legge dei social) e quindi cercherò di limitarmi come al solito.
La seconda stagione riparte dov’era finita la prima (in realtà non proprio ma “famo a capisse”), con gli androidi che si sono in parte ribellati e iniziano a “vendicarsi” dei loro padroni/creatori facendo una bella carneficina. La trama di per sé è abbastanza lineare (fin troppo per chi è un minimo smaliziato) ma a incasinarla ci pensano continui flashback e flashforward che lasciano lo spettatore abbastanza confuso. Sono un marchio di fabbrica della serie e nella prima stagione svolgevano il loro compito molto bene, intrecciando piani narrativi diversi e in diversi momenti nel corso di decenni. In questa seconda stagione, invece, il tutto si svolge nell’arco di una manciata di giorni (a volte ore) e funzionano molto meno.

Ci sono alcuni flashback molto indietro nel tempo che servono a spiegare alcune cose ma sono estremamente didascalici (un paio, a dire il vero, potrebbero essere messi ovunque nella storia e non cambierebbe nulla). Il problema è che la storia rimane costantemente piattissima. Non ci viene detto praticamente nulla di nuovo rispetto alla prima stagione a parte, forse, un paio di elementi (che tralascio essendo spoiler ma sono comunque deboli). Ci sono alcune sorprese nel corso dei 10 episodi, specialmente verso il finale. Nell’appiattirsi della storia si appiattiscono purtroppo anche i personaggi: se nella prima stagione dovevano capire chi erano, in questa l’hanno capito e cercano un posto nel mondo. Peccato che, nonostante la pur sempre molto buona interpretazione attoriale di praticamente tutti, spesso alle intenzioni non seguano delle azioni coerenti.

Dolores, Bernard, Maeve, Teddy, William, Hale e tanti altri di cose da dire ne avrebbero a tonnellate. Invece sembrano tutti col freno a mano tirato. A volte non si capisce proprio il perché di certi comportamenti. Sono robot, sarà un bug. Persino la colonna sonora è sottotono rispetto alla precedente stagione. Peccato.

Anche alcuni temi toccati da questa stagione potevano essere sviluppati meglio: dalla tanta filosofia della prima stagione si è scesi ad una filosofia più spicciola, semplicistica. Rimangano però alcune eccellenze come il rapporto tra genitori e figli, la dualità tra virtuale e reale, ecc. Anche il lato tecnico è assolutamente buono: regia e fotografia sono su livelli altissimi per una produzione televisiva. Se proprio si vuole trovare un difetto è la gestione degli spazi: un personaggio a cavallo nel giro di poco tempo (a livello di trama) attraversa deserti sconfinati, praterie e boschi. Bei posti ma per lo spettatore è un po’ straniante.

Completano il quadro tutta una serie di momenti totalmente fanservice: la puntata interamente dedicata agli indiani della ghost nation (considerata dalla maggioranza dei fan la migliore e più toccante della stagione), il mondo indiano (dell’India coloniale), il mondo Giappone feudale. Proprio quest’ultimo era atteso (e voluto) dalla community in modo spasmodico e si rivela essere una banale copia di quello Old West. Tra l’altro nell’economia della serie è totalmente inutile.
Proprio i fan hanno, secondo me, la colpa principale di questa stagione: l’hanno voluta. Westworld finiva perfettamente con la sua prima stagione, non c’era nessun bisogno di averne una seconda (e ne arriverà una terza). Invece sono stati insistenti come tossici col metadone. Volevano i samurai, volevano la storia dell’Uomo in nero, volevano gli indiani, volevano una Meave in versione Wonder Woman (e nel momento del controllo mentale jedi robot tramite wifi o nel fermare l’orda di robot impazziti con l’imposizione delle mani, l’hanno purtroppo avuta).

Io capisco l’amore che si può provare per una serie tv ma bisogna anche sapersi controllare. Anche perché Westworld ha fatto una parte della sua fortuna con le famigerate “fan’s theory”, cervellotici arrovellamenti su ogni minimo dettaglio comparso in ogni puntata, tipici delle serie più complesse. Durante la prima stagione c’era molto lavoro corale ed era quasi divertenteleggere ogni settimana cosa veniva fuori. In questa seconda stagione invece si sono scatenati i “professionisti” dei dettagli e praticamente dopo un’ora dalla messa in onda della puntata, si trovava online la spiegazione di ogni sasso inquadrato. Spesso con teorie non avveratesi ma che erano molto meglio di quanto presente nel corso della stagione (i cappelli scansiona cervello, davvero?).

L’ultimo episodio si intitola “The Passenger” e noi spettatori siamo il passeggero della serie tv. Dobbiamo farci portare dove la serie vuole. Se invece siamo noi a dirgli cosa vogliamo vedere e quando, magari ci accontenta pure ma non è detto che il risultato sia quello sperato. E può anche capitare che il passeggero si accorga di aver perso solo del tempo e cambi mezzo di trasporto per il suo prossimo giro.