In questi giorni di campagna elettorale sempre più spesso è facile imbattersi in post, articoli o commenti di chi sostiene che si dovrebbe negare il voto a parte della popolazione.
Tutto ciò, in questa era è perfettamente normale: È l’era della post-modernità, ove la sintesi-velocità è l’unico caposaldo e pertanto del processo dialettico che potrebbe migliorare il dibattito politico passivo e attivo rimane ben poco. DI quei lunghi monologhi di politici, intellettuali e ricercatori oggi non ce ne facciamo più nulla, poiché non siamo in grado di andare oltre i 2:30 minuti di attenzione su un video o un discorso.

Quello che, però, ci rimane e acquisisce sempre più potere è la rincorsa al cosiddetto e vernacolare “pancismo”: Una spasmodica ricerca del sentimento più bieco in favore di un consenso liquido e astratto che corre tra una promessa folle per i conti pubblici o anacronistica per i diritti universali. Una rincorsa a chi, in effetti, è ai margini della società o si sente tale. È la periferia sociale – ben diversa da quella fisica – che si riprende il suo spazio, e dove v’è un vuoto incolmabile dagli attuali dirigenti e dall’attuale confronto è perfettamente comprensibile che ciò accada.

Per tanti, specie quella sinistra elitaria che si sta raffazzonando nella nuova classe dirigente, la soluzione migliore pare essere quella della “epistocrazia”, una sorta di democrazia degli eletti. Il problema delle soluzioni semplici è quello di non analizzare il contesto, valutare il futuro sviluppo e, soprattutto, comprendere i criteri di selezione.

Sulla base dello stato attuale di chi sarebbe chiamato a decidere tali criteri potremmo ritrovarci una forza elettorale di complottisti, anti-vaccinisti e omofobi-sessisti, come una forza elettorale di gente che fa del pensiero unico politically correct l’unico pensiero, deresponsabilizzandoli dal coraggio di assumere una propria identità. Insomma, alla fine si rischia non solo di avere un popolo elettorale che coincida perfettamente con la sua classe politica, ma anche un popolo elettorale unico e mono-diretto, dove la dialettica si annulla: Alla fine, se una classe dirigente si seleziona il proprio elettorato cercherà di farlo in maniera tale che le assomigli e così, ad ogni tornata elettorale, rischieremo di avere fette di popolazione che votano alternativamente senza un minimo di continuità politica e amministrativa.

Forse più che selezionarci gli elettori sarebbe bene fare due cose:

1- Investire in formazione e informazione, affinché si possano mettere le persone in funzione di “individui” prima ancora che di “elettori” nella situazione di capire il contesto socio-economico;
2- Investire, seriamente, nella formazione di una classe dirigente che si possa definire tale, non solo contando su non-valori come fedeltà, possesso di titoli di studi o partecipazione o interventi spot, ma con percorsi seri, continuativi, dalla forte selezione e multi-disciplinari che mettano i partiti nella condizione di essere guidati da collettivi culturalmente forti, indifferentemente dall’ideologia, e che si possano trasformare in guide e non guidati dal “pancismo” di un Tonino o’ scienziato da blog.

Alla fine un sano e appassionato impegno politico, conscio della responsabilità che si porta con sé, richiederebbe questo, invece, è molto più semplice valutare le persone come pedine di uno scacchiere di consenso, dove la forza non è la preparazione, ma il patrimonio di contatti, denaro e share, e i cittadini come micro-elettorati di un enorme insieme da categorizzare e suddividere così da ritrovarsi