467px-Depression-loss_of_loved_one Laura ha 24 anni, è in buone condizioni fisiche, ma soffre di depressione profonda e in Belgio, dove vive, ha ottenuto il diritto di sottoporsi ad eutanasia. “La vita non è per me”, dice, motivando la sua decisione. Queste parole provengono da una ragazza mia coetanea, una ragazza nel pieno della vita. Lei è vittima da anni ormai da quella che definisce un’intollerabile sofferenza psichica.

La cosa che più mi ha colpito è come gli amici e i genitori sostengano la scelta della la figlia, dicendo che è la cosa migliore. Ma i medici hanno certificato che Laura è cosciente, nel pieno possesso delle sue facoltà. E allora, come scrive Massimo Gramellini, “non tocca a noi darti il permesso o addirittura l’opportunità di morire. Solo tutto il nostro aiuto per vivere”.

Quello che adesso vado a scrivere è un mio umile parere, dove riporterò le sensazioni che umanamente provo e sento. Parto col dire a Laura, cosa che spero abbiano fatto in tanti, che a 24 anni non si può smettere di lottare. A 24 anni bisogna lottare e credere che una soluzione prima o poi si trova, una soluzione ci deve essere e non è certamente la cosa migliore la morte.

Poi: se le persone a me care cominciassero a pensare o a dirmi che posso pensare alla morte se sto male, beh, è inevitabile che io non veda altre uscite. Laura ha bisogno di qualcuno che creda in lei, che la guardi con speranza e non con rassegnazione. E un genitore, per quanto possa sbagliare, essere un uomo con limiti e imperfezioni, credo abbia il compito di lottare un’intera vita per fare in modo che la vita sia per Laura e che si tolga questa fottuta e lacerante idea che la vita non sia fatta per lei. Pensiamo davvero che, eliminando la sofferenza, miglioreremo la vita? Pensate davvero che la vita sia solo per alcuni e non per tutti?

Io, come ogni uomo, mi sento fragile, insicuro, in periodi come questi in cui crollano le certezze. Eppure come uomo parte dell’umanità sento che in questo permissivismo estremo, il non poter più dire neanche: no, Laura tu devi lottare per difendere la tua vita perché sennò ledi la libertà altrui, il non poter più orientare alla vita un giovane, equivale a perdere un pezzo di solidarietà umana. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, eppure se io non avessi avuto attorno una comunità che mi ha dato limiti e direzioni non so dove sarei ora. 2644-man-depression-hoodie

Mi chiedo, allora: perché, ad esempio, il ragazzo dal terzo piano che si vuole suicidare deve essere fermato, se è suo diritto scegliere che la vita non è per lui? Il ragazzo che si sta suicidando dal terzo piano fa scaturire nell’uomo quella parte di lui che è definibile “umanizzazione” cioè il sentirsi corresponsabile dell’altro, il salvare la vita dell’altro perché si sente che in quella vita c’è anche la propria.

Riflettiamo quando superficialmente diciamo “chi sono io per impedirgli di fare quello che vuole, chi sono io per dirgli che la vita è anche per lui?”. Per quanto ogni situazione sia da capire nello specifico e non da giudicare, sono ormai tanti i casi di suicidi e di eutanasie discutibili. Perciò, vorrei cercare, da uomo, di rammentare e non dimenticare mai che, quando mi chiedo: Chi sono io per intervenire?, bisognerebbe avere il coraggio di dire che io non sono nessuno, sono una persona responsabile di chi mi è accanto, in comunione con gli altri e interdipendente da essi, proprio perché dalla vita degli altri dipende anche la mia.

E se vivo io, vivi anche tu perché solo insieme possiamo essere davvero uomini, perciò non ti abbandono, bensì ti affianco, ti accompagno e mi impegnerò fino alla fine per farti capire che la vita è anche per te, soprattutto quando tu, Laura, avrai la possibilità di scegliere in autonomia. Non posso sostituirti, perché da uomo io ti inviterò sempre alla vita.

Ripromettiamoci di lottare per la vita perché, anche se complessa o difficile, la Vita, con la V maiuscola, non è prerogativa di qualcuno. E’ per tutti.