Rimini, Firenze, Lecce e le altre decine di città in cui ogni due giorni avviene un caso simile che ben narrano il morboso e pericoloso accanimento mediatico dei media e della folla sulle vittime di violenza e sulle loro circostanze come se stessero guardando una scena cinematografica da cui non possano staccare gli occhi, ecco cosa rappresentano questi casi.
La violenza dell’invasione della privacy altrui – una seconda forma di stupro ai danni della vittima – perché spesso quello che interessa in questi casi è l’intera scala di dettagli che riguardano la vittima.
È la pornografia mediatica del dolore e della violenza.
Un racconto mediatico che tende a rispecchiare un’opinione pubblica socialmente immatura in cui non tutti gli stupri sono uguali, la violenza non è uguale e non tutti gli omicidi sono uguali: Ognuno distinto per etnia e provenienza. Se del Sud del mondo è grave, e il popolo deve difendere le “nostre” donne – come se queste non fossero individui dotati di autodeterminazione e autonomia, ma appartenessero all’intera società-; e se del Nord si tratta di casi isolati.
Guardiamo con diffidenza, paura e spesso odio al diverso, e se la seconda potrebbe essere ragionevolmente giustificabile la terza non lo è affatto e non fa che alimentare un clima divisivo.
Guardiamo, quindi, con distacco netto al prossimo-diverso, ma non ci rendiamo conto che il pericolo è in casa, spesso proprio nelle mura che condividiamo con il nostro partner.
Il 94,00% della violenza di genere ha origine all’interno di rapporti di coppia, fidanzati, compagni e mariti, ma preferiamo credere che sia il prossimo-diverso, e cerchiamo di risolvere il tutto con ulteriori divisioni, leggi che impongono ineguali parificazioni, oppure modificando artificialmente la lingua per aumentare ancor di più polemiche sterili e divisive, ma soprattutto scaricando colpe e responsabilità generalizzando così sul prossimo per non farci, noi, un esame di coscienza sociale.
Abbiamo un problema, e pur essendo tra i paesi con i migliori indicatori sulla violenza di genere, inventiamo e importiamo vocaboli e battaglie facilmente vendibili e diffondibili sui social, ma scarsamente in contatto con la realtà e, stando alle statistiche, se proprio volessimo dargli un nome questo sarebbe “uxoricidio”, proprio per indicare quel cosmo di violenza di genere all’interno dei rapporti di coppia.
Spesso i carnefici si giustificano – come se potessero – con facili frasi come «la amavo troppo», «non potevo lasciarla andare», «non potevo rimanere solo», questo a dimostrazione dell’enorme fragilità degli umani moderni, costretti, anche da pressioni sociali, a dover a tutti i costi avere qualcuno al loro fianco – anche senza sentimento se non un consistente egoismo e solipsismo -. Una fragilità individuale che porta al mancato rispetto di sé stessi tramite l’incapacità di vivere con la solitudine, di essere autonomi, indipendenti ed emancipati e che porta ad abbandonarsi a valori atavici dei sentimenti quali possessività, esclusività e gelosia, tutte prove del fatto che non si provino reali sentimenti e rispetto per il proprio partner considerandolo un pari, ma un oggetto, da possedere esclusivamente e a piacimento.
Abbiamo un secondo, principale, problema e si chiama “educazione”, sentimentale, sessuale e di genere, quella che ci rifiutiamo di insegnare nelle scuole per compiacere un neo-fondamentalismo religioso in versione “light-occidentale” per compiacere anche quelle famiglie dove poi crescono queste forme di violenza e maleducazione.
Una generalizzazione? Forse, ma non trovo elementi per smentirla.