Con 171 voti favorevoli, 117 contrari e 25 astenuti, il Governo Conte ottiene la fiducia al Senato della Repubblica: Dopo la nomina da parte del Presidente della Repubblica, questo è il secondo e significativo passo nel processo di insediamento del cosiddetto “Governo del cambiamento”.

La centralità del “voto di fiducia”, ovvero quel voto che permette di comprendere se vi sia in entrambi i rami del Parlamento la maggioranza per sostenere l’azione di governo, è da sempre nel discorso alle Camere del Presidente del Consiglio nominato. La seduta di ieri, ovviamente, non ha fatto eccezione. Tale discorso è così fondamentale poiché permette di comprendere, in chiave programmatica, come l’esecutivo voglia agire, anche se dallo stesso più che aver compreso come governare si è compreso come comunicheranno.
In tal senso più che un effettivo discorso è stato un processo di istituzionalizzazione della campagna elettorale: Un momento circoscritto alle elezioni diventato perenne e riportato nel cuore della democrazia italiana.

Fondamentali in questo processo sono stati il linguaggio e il modus operandi: i sintagmi più ricorrenti sono stati tutti affini al richiamo solido e di vicinanza tra leader e cittadini, depotenziando le istituzioni in sé per riportare tutto a due dimensioni univoche ossia i due leader e i cittadini, nel mezzo, insomma è stato cancellato tutto. Strettamente al parlato il registro è stata lapalissiano con elevate ricorrenze di lemmi come “cittadini”, “cittadinanza”, “popolo”, “cambiamento”, “sicurezza”, “cancellazione”, vocaboli che insomma sostengono i temi elettorali che da oltre cinque anni accompagnano i due leader e su cui hanno costruito il loro consenso.

Rispetto ai discorsi del passato, quindi, il primo vero cambiamento ci è stato, ed è stato, ovviamente, sul tema della comunicazione, dove si è cercato di abbattere qualsiasi barriera nella relazione elettori-istituzioni, depotenziando e depauperando queste ultime: Eliminarle è impresa difficile, ma scaricarle dal loro significato solenne, dopo oltre cinque anni di attacchi di ogni tipo, dai più velati e ironici, ai più violenti e fisici, con una martellante narrazione di riconduzione delle stesse alla dimensione del superfluo e dell’anacronistico è meno complesso, e ci sono riusciti: Del resto per agire così fuori dagli schemi, come un contratto commerciale tra un ente privato e un partito per la gestione del governo, la costruzione di una cabina di regia esterna al Consiglio dei Ministri che gestisca questo ultimo, questo discorso poteva solo essere la cosiddetta “ciliegina sulla torta”.

Sempre sul piano linguistico, appassionante nello story-telling è stata la retorica utilizzata, in particolare il passaggio dove si afferma con orgoglio che “populista” e “demagogo” non sono qualità negative, ma uniche portatrici di verità e di rappresentatività fisica, poiché questo governo n’è la prova probante, essendo il «governo del popolo»: Un richiamo fortissimo a quei toni che Mussolini usò negli anni trenta per ricordare come lui rappresentasse il cambiamento e il rinnovamento delle istituzioni a favore dei cittadini, perché voluto dal popolo italiano.

Non è un caso che proprio nel momento di massima crisi sociale e valoriale, specie in materia politica, la retorica e il racconto assumano questi tratti così morbosi nell’attaccamento al popolo, dove per “popolo” si riconduce tutto a una sostanziale sovrapposizione tra la massa dei loro elettori e tutta la nazione italiana. Dove mancano i valori e le ideologie, che spingono alla creazione di un visione per il futuro, liberista o socialista che sia, ciò che rimane sono solo due fattori: La comunicazione e la realtà. La prima deve cercare di coprire tutte le lacune dell’ideologia stessa, la seconda ci immerge nella fatica del vedere oltre l’oggi, la combinazione delle due, dunque, porta a rafforzare l’apatia verso la politica, priva di visione, e porta le classi dirigenti a raccogliere parole e temi dal “pancismo” pubblico che, col tempo, rischia di logorare i mass media, già logorati da oltre trent’anni, e infine, di riportare tutto all’arresa di fronte al presente. Si sono riconosciuti come “governo del cambiamento”, ma i temi che hanno messo in campo sono i medesimi del 1992 e di Tangentopoli, con lotta alla casta, agli emolumenti pubblici e alle ideologie.

Questa post-ideologia, insomma, altro non sembra essere che la massima lirica della comunicazione, mostrando di per sé tutta la vuotezza della II Repubblica e la pochezza dei temi, del resto per abbandonarsi alla sola comunicazione come unico strumento e contenuto, forse, è perché non si ha davvero nulla da dire, oltre a essere dei buoni contenitori di consenso e di rabbia; magari, la ragione di questo perenne stato di campagna elettorale è anche conseguenza di ciò.
Parliamo sui social alla velocità dell’internet delle cose, ma il nostro tempo è rimasto fermo al 1992.