Doveva succedere ed è successo. Se ne parla da giugno ma in questi giorni si è avuta la conferma: l’Onu e l’Oms metteranno “fuorilegge” gran parte dei prodotti alimentari italiani. Parmigiano, prosciutto crudo, pecorino, olio d’oliva e, massima provocazione, la pizza sono tutti prodotti a rischio.

I titoloni dei quotidiani possono essere un può fuorvianti, non si tratta di una vera e propria proibizione nella loro produzione e vendita. Quello che queste organizzazioni vogliono fare è un’operazione “all’americana”, cioè modificare le etichette affinchè indichino che questi alimenti possono fare male. In Usa (ma non solo) è una regola da molto tempo: se una cosa fa ingrassare va segnalata. Tempo addietro ci fu la polemica sulla Nutella che dovette, appunto, segnalare come un suo consumo eccessivo potesse produrre effetti negativi. Oltre al buonumore, ovviamente.

Può sembrare una rigidità ma non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di una nazione che obbliga i produttori di shampoo a scrivere sulle confezioni “non ingerire”.
I prodotti italici – e più in generale quelli propri della dieta mediterranea – sono tutti a rischio: olio, pane, pasta se consumati in maniera eccessiva (specialmente da chi non è abituato) fanno ingrassare. Se abbinati ai nostri sughi preferiti diventano una bomba calorica da far svenire i dietologi. Carni e pesce risentono di allevamenti intensivi, pochi controlli e anche un po’ di invidia. Si salvano le verdure ma sarà attenzionato anche il riso per via del suo effetto “stringente” nell’intestino.

Vari esponenti politici si sono detti contrari e indignati. Da Nord a Sud è partita la corsa di scienziati e nutrizionisti a cercare di spiegare come in realtà molti dei nostri prodotti facciano bene invece che male. La Sardegna, ad esempio, conta la più alta percentuale di popolazione centenaria d’Europa nonostante il pecorino, l’olio e i culurgiones. Certo viene più difficile portare esempi positivi se si parla di ‘nduja calabrese o il gatto alla vicentina. Infatti non sono dello stesso avviso i professoroni americani ed europei che invece considerano i nostri vanti nel mondo molto pericolosi per la salute.

Viene lecito chiedersi come sia possibile che allora prodotti come hamburgers, bibite e merendine provenienti da altri mercati o di marchi molto famosi non abbiano ricevuto lo stesso trattamento. Per una azienda molto grande e famosa è più semplice aggirare le leggi, magari mettendo etichette e diciture non facilmente comprensibili o usando immagini infantili al posto di più fastidiosi bollini. Rimane sempre l’alternativa di allungare nelle tasche giuste opportune “donazioni”.

In tutta questa storia è strana anche la tempistica. Proprio nel momento in cui l’Italia riesce a fare la voce grossa in campo politico sulla faccenda dell’immigrazione, arriva una mazzata che ci colpisce al cuore. Le prime stime indicano come questi divieti possano arrivare a far diminuire di 1-2 punti percentuali il nostro pil. Insomma, un complotto in piena regola.
Infatti non è vero nulla.

La notizia è totalmente falsa, basata su documenti che dicono altro e virgolettati che non esistono proprio. Una bufula, rimanendo in tema. Fake news che è diventata un vero caso politico e che ha riempito giornali e trasmissioni tv e radio per due giorni e di cui difficilmente leggerete una smentita. Bello informarsi sui social, vero?