Venerdì 24 Marzo si doveva finalmente votare sulla nuova riforma sanitaria americana. Era un passaggio molto atteso perché era una votazione per una riforma molto importante e molto sentita. Trump ne aveva fatto un cavallo di battaglia durante la campagna elettorale, nel suo discorso di insediamento, nelle interviste ed era il primo forte segnale anti-Obama che avrebbe voluto dare. È finita malissimo. Talmente male che è stata ritirata – probabilmente non tornerà per molto tempo – pochi minuti prima della votazione per evitare che la maggioranza repubblicana perdesse votazione e faccia. Infatti, nonostante l’ampia maggioranza alla Camera, circa 30 deputati repubblicani avevano dichiarato che non l’avrebbero votata e altri erano in bilico.

La riforma di Trump prevedeva sostanzialmente tre grandi cambiamenti: l’ abolizione dell’obbligo di procurarsi una copertura sanitaria; sostituzione dei sussidi federali con detrazioni sulle tasse (fino a circa 4.000 dollari a persona all’anno, considerati anche l’età oltre che il reddito); limitazione del Medicaid, il programma di copertura sanitaria per i più poveri. Oltre a queste sarebbero passati anche tutta una serie di micro-cambiamenti molto tecnici che avrebbero potuto portare ad esiti negativi. Se da una parte giovani e ricchi sarebbero stati avvantaggiati, dall’altra si è calcolato che fino al 2026 circa 24 milioni di cittadini più poveri avrebbero perso la copertura sanitaria e il numero dei non assicurati sarebbe tornato ai livelli prima dell’ Obamacare. Inoltre il tanto paventato risparmio economico sarebbe stato tutto da valutare (girano cifre e pareri discordanti basati comunque su proiezioni ipotetiche).

La riforma sanitaria è stata portata avanti soprattutto dallo speaker della Camera, il giovane repubblicano Paul Ryan. Dopo il ritiro ha subito dichiarato la sua sconfitta –  in caso di votazione persa sarebbe stata molto peggiore – ma ne esce con le ossa rotte avendo puntato su di essa anche molto del suo futuro nel partito. Come ne esce male Trump e tutto il sistema che ha creato intorno a lui.

Trump nei mesi precedenti ha dato prova di non aver capito bene di cosa parlava la riforma né, probabilmente, di averla letta tutta. Come se non bastasse è sceso in campo personalmente per convincere i deputati contrari, lui che si è da sempre considerato il re delle negoziazioni e del convincimento, fallendo miseramente. Si è fidato dei suoi collaboratori che però han confezionato una riforma mediocre, in tempi troppo brevi su un argomento così complesso e così impattante.

Insomma, una riforma che cercando di accontentare tutte le anime del partito, moderati ed estremisti, è finita con lo scontentare tutti e soprattutto gli elettori. Il vero motivo, infatti, per cui i deputati non l’han voluta votare è che, non piacendo ai loro elettori rischiavano di perdere il sostegno e conseguentemente le prossime elezioni di mid-term (elezioni di metà mandato). Perchè se è vero che la riforma Obama è andata a pesare sulla classe media, è altresì vero che non tutti gli americani repubblicani hanno piacere di vedere amici e parenti perdere la copertura sanitaria e vedersi l’impossibilità di curarsi.

Questo è un aspetto che non è da sottovalutare: l’elettorato di Trump non è così estremista come qualcuno lo dipinge, comportando però che non basta fare una riforma che cancelli un qualcosa di preesistente perché gli piaccia.

Altro aspetto che è emerso è che lo staff di Trump alla prima vera prova sul campo ha fatto male. Dal suo portavoce ai suoi collaboratori han tutti fatto errori grossolani. Vuoi per la fretta, vuoi per la  “scarsa” esperienza o troppa approssimazione. E pensare che sarebbe bastato ascoltare chi gli diceva che quello che stava venendo fuori era malfatto. Ma sappiamo che Trump non è un uomo che ama le critiche.

Purtroppo le brutte notizie non sembrano essere finite. Notizia di queste ore è che per il famoso o famigerato muro con il Messico, Trump sembrerebbe convinto di chiedere un finanziamento extra di circa un miliardo per la sua realizzazione. Soldi che però copriranno i primi 100km e che verranno presi dai contribuenti. Le prime reazioni sono state abbastanza scomposte ma vedremo come si evolve. Di certo c’è che il Messico, stando così le cose, non pagherà ma saranno gli americani a farlo. Con buona pace per la seconda grande promessa elettorale. Tra l’altro si segnalano sempre più casi di persone di origine messicane, con famiglie americane e lavori stabili e importanti, che rischiano la deportazione forzata. Ironia della cosa: in tanti han votato Trump che aveva promesso disparità di trattamento rispetto ai criminali.

Siccome non c’è due senza tre, continuano le indagini dell’ FBI sulla presunte relazioni tra lo staff di Trump e il governo russo. Le prove di alcuni contatti tra di loro ormai sono palesi e sembrerebbero essere solo la punta dell’iceberg. Nei prossimi giorni ci saranno altre audizioni al senato e davanti ai giudici, quel che è sicuro è che in caso vengano provati si rischia un gran bel guaio per l’amministrazione Trump. Dalle ultime indiscrezioni sembrerebbe che siano coinvolte anche figure vicinissime al presidente, come ad esempio il genero Jared Kushner (marito della figlia Ivanka). Qualcuno direbbe che il cerchio si sta stringendo.

Personalmente penso che per ora non ci sia materiale a sufficienza per un eventuale capitombolo del governo Trump. Per quanto lui stia dimostrando di essere inadatto, bisogna ricordarsi che siamo solo ai primi mesi del suo governo. Certamente l’affair Russia getta luci inquietanti e soprattutto delegittima, almeno un pochino, la forza del suo governo. Nei mesi a venire ci si aspetta qualche asso nella manica e soprattutto che affronti la questione crescita dell’economia Usa. E non sarà facile visti i risultati del suo predecessore nonostante la crisi globale. Chi voleva un presidente e un governo che facessero scintille è stato accontentato, speriamo solo che i danni siano limitati. Fin’ora tutto bene.