Giovedì 1 Giugno il presidente degli stati uniti Donald Trump ha ufficialmente ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi 2015. L’aveva promesso durante la campagna elettorale e così ha fatto. Prima di iniziare a correre nei nostri rifugi antiatomici, dobbiamo però fare qualche valutazione.

L’accordo sul clima di Parigi è un impegno non vincolante – segnatevi questa parola – sottoscritto da quasi tutti i paesi del Mondo per ridurre le emissioni di CO² (anidride carbonica). L’impegno prevede che ogni paese intraprenda azioni concrete per diminuire in maniera significativa le emissioni nocive che l’attività umana produce con le sue città, industrie,ecc. La Cina e gli Stati Uniti sono i due paesi che producono di più CO² e l’ex presidente Usa Barack Obama aveva fatto notevoli sforzi diplomatici per fare in modo che questi due paesi fossero anche quelli che avrebbero fatto sforzi maggiori.

Questi provvedimenti – che prevedono tra le tante cose un maggior utilizzo di energia pulita e rinnovabile, tagli all’industria del carbone, fondi per i paesi in via di sviluppo,ecc. – si sono resi necessari perché diversi studi scientifici hanno dimostrato come la temperatura globale si stia alzando a ritmi non sostenibili. L’anidride carbonica, infatti, agisce come una specie di guscio intorno alla Terra e non permette una corretta dispersione del calore. Più calore vuol dire un più rapido scioglimento dei ghiacci e un enfatizzarsi di episodi climatici estremi come alluvioni o siccità prolungata. Con l’accordo di Parigi si voleva cercare di mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2°C rispetto ai suoi livelli nell’epoca preindustriale. Il numero non è casuale ma frutto di molte ricerche. Si è definito abbastanza chiaramente di come un aumento di 3°C avrebbe conseguenze catastrofiche per il nostro pianeta e se si arrivasse a 5°C le conseguenze sarebbero apocalittiche.

Attenzione però, c’è il trucco! Infatti per uscire dall’accordo non sono previste sanzioni e occorrono non meno di 4 anni (la coincidenza vuole che sarà il giorno dopo le prossime elezioni americane) e il prossimo presidente potrebbe decidere di rientrarvi. Inoltre negli ultimi due anni molte industrie Usa e molti stati americani hanno iniziato delle opere di ammodernamento dei propri impianti e una virata ecologica delle proprie politiche ambientali. Nessuno di loro cambierà in corsa e infatti hanno tutti dichiarato che proseguiranno sulla strada intrapresa.

Qual’è allora il motivo di questa scelta? Bella domanda la cui risposta non è scontata. Sicuramente è un modo per uscire da dei vincoli che penalizzano l’industria del carbone americano, industria che ha supportato e finanziato Trump dal primissimo giorno. C’è poi da considerare il carattere di Trump. Con questa scelta, grave ma non così grave come viene dipinta o quantomeno dalle conseguenze non così scontate, ha voluto fare un “dispetto” al resto del mondo, proseguendo in quella via dell’ “America first”. Ma l’ha fatto ovviamente alla Trump, cioè in maniera stupida e inutilmente roboante, una decisione basata sulla mera propaganda e sulla sua immagine.

Innanzitutto è riuscito ad isolare gli Stati Uniti su una cosa non vincolante ma che tratta di un argomento (forse il solo) che ha portata realmente globale e potrebbe avere conseguenze distruttive per tutti. Sicuramente avrete letto che solo altri due paesi non hanno sottoscritto l’accordo: Siria e Nicaragua. Però la Siria praticamente non esiste più come stato e il Nicaragua non è dentro all’accordo perché ha un piano molto più forte che prevede di arrivare entro il 2020 al 90% di energia pulita. A conti fatti sono soli contro il mondo.

Vi consiglio di ascoltare il discorso con cui ha proclamato l’uscita degli Usa. È interessante perché dimostra come la retorica di Trump sia la stessa di un venditore di auto usate. Quando dice di voler difendere l’aria degli stati americani e non quella degli altri Paesi, fa leva sul patriottismo ma dice una stupidaggine. L’aria non ha ovviamente confini ed è ovunque. Ma basterebbe anche solamente pensare a come sono gli Stati Uniti, a quante città hanno sulla costa e quanto verrebbero danneggiati dall’innalzamento delle acque. O dall’aumentare di tornado o alluvioni.

Se invece leggete i suoi tweet, ormai un genere letterario a se, scoprirete di come sia una persona convinta non solo che i cambiamenti climatici non esistano, ma anche che le bombe nucleari provochino maggior riscaldamento rispetto al carbone. Sono gli esatti pensieri di un complottista da tinfoil cap. Questo è anche un ottimo esempio di come la mala informazione e le fake news possano condizionare la nostra vita anche se noi non ci crediamo in prima persona.

Mala informazione che non si è risparmiata nemmeno in questo caso, troppo goloso per i titoloni. Tutta la parte intellettuale e di “sinistra” è insorta, criticando duramente la decisione di Trump. Decisione che, come abbiamo visto, è molto simbolica ma dall’affetto pratico non scontato. Purtroppo il punto di non ritorno è già stato superato e piangere adesso serve a poco. Gli stessi studi dimostrano come anche cercando di diminuire il riscaldamento globale potrebbe essere ormai tardi e che il danno sia fatto e dobbiamo conviverci. L’accordo sul clima è un primo passo per provare a  porre rimedio ma non necessariamente IL rimedio, quantomeno non l’unico. Sicuramente da solo non basterà ed è ipocrita dire di voler cambiare la situazione senza fare molto di altro. E la politica si sta dimostrando molto debole su questo piano. Gli stessi giornalisti hanno responsabilità. Se penso alla situazione italiana – ma all’estero non è che sia molto diverso –  in cui diverse testate criticano Trump e lanciano gli allarmi per la fine del mondo ma allo stesso tempo fanno campagne molto ambigue sui vaccini. La scienza è scienza, non può essere veritiera o meno solo quando fa comodo o solo se ci fa vendere/avere condivisioni.

E non scordiamoci che sbbiamo responsabilità anche noi. È facile fare gli ambientalisti su internet ma tenere i climatizzatori a -10. Iniziamo a fare bene la differenziata, a informarci e a fare scelte consapevoli riguardo gli aspetti più banali, ma dalle conseguenze globali, della nostra vita. E soprattutto iniziamo a non dare visibilità alle stupidaggini e agli stupidi perché spesso entrambi contano sulla nostra condivisione. Lo facciamo per ridere e sentirci migliori ma il risultato è quello che vogliono loro.

Forse questo fatto sarà la goccia che farà traboccare il vaso o forse non cambierà niente. In ogni caso io vi faccio un saluto dal mio bunker a 20 metri sotto terra.