La prima stagione di True Detective fu un salto di qualità per un prodotto televisivo con pochi precedenti nella storia. Era perfetta come scrittura, come interpretazione (Matthew McConaughey e Woody Harrelson in una delle loro prove migliori di sempre), come regia e come tecnica. Non c’era una sola puntata che non fosse sopra la media di diversi gradi.
La seconda stagione, invece, fu massacrata. Tutti si aspettavano il bis della prima ma i capolavori, quelli veri, non si possono replicare con facilità. Onestamente ho sempre trovato la seconda stagione di altissimo livello ma non abbastanza per avvicinarsi alla meraviglia della prima. Colpa anche di una storia un po’ fiacca, personaggi non così incisivi (anche se con Colin Farrell in gran spolvero) e le maledette aspettative troppo in alto. I risultati, anche se in termini di ascolto furono alti, vennero percepiti come deludenti e il “concept” fu accantonato.
Questa terza stagione, annunciata a sorpresa, ci rimette in pace con lo spazio e col tempo, come direbbe Rustin Cohle. Precisiamo subito che non è comunque all’altezza della prima ma ha una sua dignità e un suo valore intrinseco molto, molto alto.
La trama – seppure sia molto difficile fare dei veri spoiler, non mi addentro con troppi particolari – è incentrata sulla sparizione di due fratelli in una cittadina in Arkansas e tutto quello che ruota attorno al caso. Un caso molto “reale” e realistico, senza spazio per elementi fantasiosi. Torna una coppia di detective, Wayne Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff), con le proprie dinamiche, crisi e incomprensioni. Una coppia che funziona, senza troppi picchi di eccellenza e che, forse, non buca lo schermo come ci si aspetterebbe.
La caratteristica davvero innovativa della serie è che il racconto si sviluppa su diverse linee temporali (anni’80, ‘90 e 2015 principalmente) in cui vediamo i personaggi crescere, maturare e invecchiare. Ovviamente, e non potrebbe essere diversamente, il tutto in maniera assolutamente non lineare e spesso si passa di “decennio in decennio” grazie ad un sapiente (e bellissimo!) lavoro di montaggio, richiami e transizioni video e sonore. La fluidità della scena e della trama di ogni puntata è davvero un piccolo gioiello di televisione contemporanea. Un elemento così complesso è gestito in maniera ottimale seppure, ogni tanto, si rischia di perdersi tra personaggi vecchi e nuovi.
I richiami alla prima stagione sono molti, dall’uso della luce ad alcuni paesaggi aperti, dalla coppia di detective al caso sul quale investigano. In un paio di punti il richiamo è davvero palese e voluto, tanto da sembrare un “True Detective stagione 1 parte due”. La sceneggiatura, però, ci vuole far capire immediatamente che è solo una suggestione e le cose sono molto diverse.
Rimane il filo conduttore (presente in tutte le stagioni) del tempo, del suo scorrere e delle piccole e grandi cose che si perdono e si guadagnano. Non c’è tutta la filosofia presente nella prima stagione e non c’è tutto il pessimismo e ineluttabilità della seconda stagione. Qua è tutto più suggerito, più asciutto.
Così come è asciutta la recitazione dei due protagonisti – il premio oscar Ali dimostra di che pasta attoriale è fatto specialmente nella sua interpretazione da “anziano” divorato dai cali di memoria – e dei, pochi, comprimari. Solo alcuni personaggi sono leggermente fuori dalle righe ma con tutti si entra in empatia, tanto che è difficile non provare pena per tutte le figure e le loro sorti, come ad esempio con il personaggio di Tom Purcell, padre dei bambini scomparsi.
La provincia americana di True Detective non ha quell’impatto che possono avere i film e le serie tv di Taylor Sheridan, ma rimane con il suo fascino decadente e desolante.
Alcuni difetti ci sono, sia chiaro, ma sono relegati alla trama principale che, a causa del suo venir raccontata in linee temporali diverse, rischia di essere fin troppo lineare e senza grandi colpi di scena. Rimane, inoltre, una serie che necessita di una visione attenta e concentrata e non è adatta al “cazzeggio da divano”. Ho invece particolarmente apprezzato la stoccata ai documentari e alle serie cosiddette “true crime” in cui vengono ricostruiti dei casi criminali famosi e in cui si cercano nuove “verità” o lati della medaglia. Visto il loro moltiplicarsi esponenziale era impossibile non farne menzione in una serie votata al realismo ma il modo in cui sono trattate l’ho trovato davvero appropriato.
Questa terza stagione, infine, è anche la “storia” di True Detective come serie tv, una storia che inizia e prosegue per suo conto, senza che la si possa modificare e che, quando sembra che sia finita e in malo modo, si risana e va avanti dando una conclusione a se stessa. Una storia nella storia, dove tutto ha un finale ma la fine, indipendentemente da quello che facciamo o vorremmo, non è davvero la fine ma un momento di una storia che continua. Una metafora della nostra vita e dello scorrere del tempo che anche quando ci toglie qualcosa, ci sta lasciando qualcosa e sta a noi farne tesoro. E alla fine sono queste le storie che meritano di essere raccontate e ascoltate.