635referendumAlla luce del risultato referendario quali domande dovremmo porci in merito a tutto il processo che si è strutturato precedentemente alla fatidica data del 17 Aprile e che ha guidato il serrato confronto partigiano tra i due fronti, quali, invece, dovrebbero essere le riflessioni sui personaggi e i protagonisti di questo referendum e, infine, quali le motivazioni del mancato raggiungimento del quorum e di una dialettica così tanto improntata all’odio. In questo articolo si cercherà, con qualche vena polemica, di rispondere a queste domande.

Storicamente dopo qualsiasi grande evento pubblico segue sempre un momento di polemiche, proteste, sproloqui di vittimismo e analisi delle sconfitte degni del “Processo del Lunedì” del buon maestro Biscardi, ovviamente nell’era dei social e dei new media questa peculiare tradizione polemica non poteva decadere, semmai avrebbe potuto solo trasformarsi e peggiorare, come si è potuto facilmente constatare: Orde di pratici della tastiera si dilettano nell’erudizione dell’arte politica e dell’analisi della “non sconfitta”, sì, perché nell’era dei social non esistono più le sconfitte, ma tutto assume la connotazione del “non essere”, manco si fosse Shakespeare. Rimangono solo le polemiche e il risultato di questo cosiddetto “referendum sulle trivelle”: Un significativo 31,18% di affluenza con una vittoria del “sì” attorno all’81,00%, insomma dati che danno un ampio spazio alla riflessione.

Prima di ogni riflessioni però, è doveroso spiegare che questo referendum non decidesse nulla sulle trivelle, ma fosse orientato solo a normare la durata delle concessioni di coltivazione, tramite piattaforma erogante, degli idrocarburi marini all’interno della fascia marittima delle 12,00 miglia. Concessioni che prima della modifica del Testo Unico dell’Ambiente D.lgs. 152/2006, erano sottoposte a durate limitate nel tempo con possibili opzioni di rinnovo ministeriale o dell’ente locale proposto, dopo la modifica e il referendum, invece, queste avranno durata pari alla vita utile del giacimento. Cosa cambia quindi all’atto pratico? Esattamente nulla. Questo poiché, senza entrare nel merito giuridico, prima i ministeri individuavano solo la aree di concessione e autorizzavano preliminarmente i concessionari alle attività, ma le autorizzazioni specifiche spettavano poi alle regioni cui la Costituzione, nella sua ultima riforma, delega la materia energetica, le stesse cui poi spettavano anche le royalties. referendum

Le concessioni erano rilasciate in prima istanza con durata ventennale, poi rinnovate con durata decennale e infine, ogni cinque anni rinnovate per un lustro finché il concessionario lo ritenesse necessario. Con questa metodologia la durata media di una concessione si aggirava oltre i quarantacinque anni. Ora, invece, con le ultime leggi, le concessione delle piattaforme già in essere non avranno più bisogno di rinnovi periodici, ma saranno valide sino a quando per il concessionario sarà economicamente conveniente l’estrazione, è in questi termini che si parla di “vita utile del giacimento”; infine, i titoli concessionari torneranno in capo allo Stato mentre a godere delle royalties continueranno a essere i soliti noti, in ordine: Regioni, Stato, Comuni. Ciò detto in ogni caso la proprietà dei giacimenti rimane pubblica e su una stessa area di concessione possono esservi più concessionari concorrenti autorizzati, quindi anche il regime concorrenziale accessorio è rispettato. Questo il quesito quasi in parole spicciole.

Più di ogni cosa, al di là di qualsiasi posizione e scelta che si sia presa, al di là di qualsiasi dato sull’affluenza o sulla netta vittoria del “sì” all’interno di questo referendum ci sarebbe da soffermarsi e riflettere su alcuni aspetti, quali:

  1. Questa classe dirigente ha perso l’occasione per stimolare e accrescere il livello del dibattito pubblico sul tema energetico, informando sullo stato di avanzamento delle politiche energetiche italiane, del loro raffronto con l’estero, della gestione delle royalty, dei limiti liberali sulle produzioni, sul consumo energetico, sul risparmio energetico e sugli strumenti normativi nazionali e internazionali del policy-orienting in merito alle scelte energetiche;
  2. L’ambientalismo italiano non esiste, e se esiste è di qualità pressoché scadente, votato più a forme di integralismo e di strumentalizzazione di qualsiasi ragione pur di accrescere il loro consenso o di creare un sorta di immobilismo che meglio si potrebbe riconfigurare all’interno del sistema ideologico della “decrescita felice” invece che della sostenibilità. Questo ambientalismo per giunta è datato sia nelle forme di attivismo e sia nelle forme di confronto, si è adattato al mondo social e all’endogena forma dialettica populista-demagoga, ma non si è adattato alle moderne “piazze” di confronto, rimanendo privo di argomenti, classe dirigente e strumenti, un livello di inadeguatezza del nostro ambientalismo, dedito davvero alla pochezza dei temi e più al consenso fine a sé stesso;
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  3. Tutti hanno giocato con le coscienze, le passioni e gli interessi dei cittadini italiani attivi, favorendo una loro strumentalizzazione e una loro circuizione invece di un dibattito sì, serrato, ma comunque serio e sul serio volto a informare oggettivamente su uno specifico tema;
  4. Altro punto sul giornalismo italiano che anche in questa occasione ha mostrato tutti i suoi limiti e tutte le sue criticità, queste ultime diverse a seconda del canale comunicativo utilizzato. Un giornalismo dedito più a polarizzare lo scontro e a schierarsi su determinate posizioni oppure su posizioni dettate dall’editore, spesso lo stesso a capo o nella segreteria di un partito. Un giornalismo che ha scelto di seguire le posizioni date per mainstream senza informare attivamente e oggettivamente. Un giornalismo che sul canale social ha visto più l’occasione per meglio accrescere il proprio click-baiting invece di gestire una buona campagna informativa. Un giornalismo che dei titoli provocatori, delle strumentalizzazioni e delle affermazioni mendaci ne ha fatto un’arte di economia snaturando la sua stessa natura di informazione. Tutto ciò, per giunta alla luce dell’ultimo indice di misurazione della libertà giornalistica italiana prodotto da RSF, un report piuttosto controverso e soggettivo, ma che comunque potrebbe essere utile a comprendere che tutta questa sovraesposizione di informazioni stia realmente danneggiando la qualità d’informazione italiana;
  5. Lo strumento referendario rimane fondato e importante, gli inviti all’astensione seppur legittimi rimangono a mio modesto parere eticamente scorretti, ma questo strumento dovrebbe essere revisionato: 500.000 firme o cinque consigli regionali sono pochi per indirlo, in più, sarebbe necessario che si preservasse questo livello di quorum e ci fosse un maggiore controllo preventivo sulle reali possibilità di ammissibilità costituzionale. Le polemiche sul costo del referendum rimangono inutili come gli appelli dei cinque stelle, Di Battista, Di Maio, Scanzi e Travagliano insegnano, sull’abbassamento del quorum o della sua abolizione, altri turisti di questa Repubblica;
  6. Infine, una considerazione sarebbe anche necessaria sulle motivazioni reali che hanno spinto circa 13,00 milioni di elettori a recarsi alle urne e votare in massa per il “sì”, motivazioni che si esauriscono in questa tabella:index-la7-piazzapulita

 

Questo referendum è stato un’ottima vetrina per alcuni personaggi politici che ben si configurano alla casistica delloyes man che salvo la propria ambizione personale e i giochi elettorali, tutto allo scopo della sopravvivenza, ben poco hanno capito della giungla politica.

Altra critica specifica, invece, per il fronte del “sì” che, nonostante il largo supporto da parte di nove consigli e presidenti regionali, Lega Nord, M5S, Casapound, Fratelli d’Italia, la maggioranza di Forza Italia, Forza Nuova, la CEI, i vescovi, buona parte della stampa nazionale e infine tutti le associazioni ambientaliste, non è riuscito a ottenere un valido e concreto risultato. Un largo supporto e una diffusa campagna elettorale combattuta con grandi dosi di populismo e demagogia non hanno pagato e hanno portato alla débâcle: la prova che retoriche demagogiche e semplicistiche non sempre paghino, la prova che a questo giro l’elettorato sia stato intellettualmente superiore alla sua classe politica.

Ovviamente la sconfitta da parte del “sì” non  stata accettata e subito si è corsi alla candidatura per il ruolo di martiri e vittime della democrazia, vittime in balia di grandi lobby – il giorno che spiegheremo che lobby non sia per forza un termine negativo stappo lo spumante – dei media corrotti – i medesimi che hanno fatto in maggioranza campagna per il “sì” – e della grande copertura mediatica del governo: solito vittimismo all’italiana che anche di fronte alla sconfitta si dichiara comunque vincitore.

Concludendo, quindi, la pochezza ideologica ed etica di entrambi i fronti, dal premier Matteo Renzi ai i suoi fan-boys – questo è il tipico caso dove il problema non è tanto il leader, ma il suo fans-club – sino all’ultimo dei cretini degli attivisti ambientalisti, è stata la principale motivazione per definire questo referendum come un’immensa occasione persa, strumentalizzata e data in pasto a iene, sciacalli, caini e avvolti, retoriche figure di questa classe dirigente politica e ambientalista, è stato il palcoscenico, invece, per passerelle elettorali di partiti, movimenti e singoli politici, di consenso per gli ambientalisti nonché di maggiore guadagno per alcune testate giornalistiche. Ultimo tema relativo al comportamento da bulli di seconda media dei classici Carbone, Travaglio e Scanzi che sono riusciti con il loro triste bullismo a far rimpiangere il “clima infame” della Prima Repubblica, un clima adolescenziale fatto di hashtag e di insulti, insomma tutto ciò ha mostrato quanto si sia in un clima da Repubblica delle banane.