di Gabriele Zanier

Ci risiamo. Dopo un paio di mesi di silenzio, in cui ovviamente non sono mancate le filippiche di sedicenti operatori turistici che non trovano personale giovane (perchè sottopagato), oggi ricomincia la guerra contro giovani e movida.
Sia chiaro: chi scrive questo articolo pensa che le discoteche non andassero riaperte affatto. E penso anche che sia più che giusto chiuderle per scongiurare nuovi focolai di coronavirus.
Quello che ho trovato insopportabile è l’ennesima polemica di un paese di boomer ricchi e annoiati che vogliono scaricare ogni colpa di questa società malata, non di Covid, nei confronti dei giovani.

E così scopriamo che, mentre la maggior parte dei contagi parte sui luoghi di lavoro o sui mezzi pubblici, mentre un altra grande maggioranza dei casi è imputabile a chi torna da vacanze all’estero, e mentre solo l’uno percento (il 6 se includiamo bar e ristoranti) sono imputabili a discoteche, nell’opinione pubblica dopo i cinesi, dopo i runner, dopo i migranti, ora i nuovi untori sono i giovani.
E ciò che trovo più assurdo è che si chiede responsabilità a ragazzi che hanno tra i 16 e i 24 anni, mentre nessuno, e sottolineo nessuno, ha aperto bocca nei confronti degli attempati gestori dei locali notturni che in questi mesi se ne sono fregati delle regole.

Contemporaneamente nessuno pensa a chi veramente subirà le peggiori conseguenze da questa nuova (e giusta) chiusura: i giovani. Chiaramente non i fruitori dei locali ma le centinaia di ragazzi e ragazze che lavorano nelle discoteche, quasi tutti con contratti a chiamata senza tutele se non addirittura completamente a nero. E questo perchè sempre loro, i boomer, non hanno mai avuto interesse nel fare i giusti controlli e regolamentare meglio queste forme contrattuali.

Siamo un paese in cui (secondo l’Istat) le nuove generazioni staranno peggio dei loro genitori, in cui la disoccupazione giovanile è al 40%, in cui un laureato per fare carriera deve andare all’estero. Un paese che si è appena indebitato di altri 150 miliardi di euro (recovery fund) che peseranno sui già precari millenials, ma il problema resta e rimane, sempre e comunque, il giovane e il suo comportamento.
Oramai appare evidente che questo paese non potrà avere un futuro, proprio perchè odia chi dovrebbe rappresentarlo negli anni a venire