Se non siete in pari con le puntate questo articolo potrebbe contenere degli spoiler. Fatevene una ragione.

Game of Thrones non è più Game of Thrones. Questo è l’unica frase che viene da dire con un po’ di rammarico dopo aver terminato la visione di questa settima stagione. Lo show HBO, nato come una serie ricca di sottotrame, sotterfugi e una complessa struttura dei personaggi si è trasformato in un fenomeno da baraccone per le masse. Ciò non è dovuto esclusivamente alla mancanza di libri da cui attingere (la sesta stagione, la prima non basata sui testi di Martin fu forse una delle migliori), ma di un inspiegabile cedimento degli sceneggiatori alla volontà di quei telespettatori che si sono avvicinati allo show negli ultimi anni.
Ma cerchiamo di capire che cos’è che non ha funzionato.

Tralasciando il problema dei salti temporali che esiste ed è stato particolarmente fastidioso, viene comunque da chiedersi se fosse veramente necessario velocizzare uno show che ha fatto della lentezza una delle sue caratteristiche principali. Su alcuni forum hanno anche calcolato quanto tempo possano effettivamente impiegare un corvo e un drago, considerando le rispettive aperture alari, a compiere le miglia di tragitto che separano la Barriera dal profondo Sud. Noi non arriveremo a tanto, perché per fortuna non ci siamo ancora fottuti il cervello e inoltre, considerando che stiamo parlando di una serie in cui compare un dragozombie, la veridicità dei tempi è l’ultimo dei problemi.
Tuttavia occorre dire che questa necessità di rendere la storia più dinamica ha portato gli sceneggiatori a compiere una serie di scelte discutibili, come l’(ab)uso del deus ex machina.

Il deus ex machina è quell’espediente narrativo secondo il quale una situazione impossibile viene risolta da un intervento esterno. Il deus ex machina in Game of Thrones non è mai esistito (o per lo meno se ne sono visti pochi), piuttosto i personaggi venivano ingiustamente ammazzati. Invece, in questa settima stagione l’intervento provvidenziale è sempre dietro l’angolo. Pensiamo a Jamie che viene salvato da Bronn, Tormund che viene salvato dal Mastino, L’A-Team che viene salvata da Daenerys, Jon che si salva da solo dopo essere caduto in acqua, Jon che viene salvato dallo zio Benjei, Jon che viene salvato dai guardiani della notte. Nel vecchio Game of Thrones tutti questi personaggi sarebbero morti soffrendo, perché come spiegò Martin “nessuno è al sicuro”, mentre invece ora pare che i personaggi ai quali gli spettatori sono più affezionati siano intoccabili. Qualcuno rischia, come Jamie e Jon, ma entrambi riemergono dall’acqua brandendo la spada in due scene tra l’altro praticamente identiche, scontate e banali. Durante questo ciclo di episodi ad averci lasciati sono stati solo dei figuranti o dei personaggi dei quali difficilmente sentiremo la mancanza.

I personaggi sono forse l’unica cosa che mi ha spinto seguire Game of Thrones per sette anni. Raramente si sono visti dei protagonisti così ben scritti e delineati. Ognuno era un po’ eroe e un po’ codardo, fedele e pronto a tradire, sicuro e allo stesso tempo pieno di dubbi. Ogni azione che veniva compiuta da uno dei protagonisti era il frutto di una lenta evoluzione interiore. La trama di Game of Thrones era complessa perché erano i suoi protagonisti ad essere complessi. Erano.
I personaggi sono diventati delle macchiette stereotipate fino all’osso. Da una parte ci sono gli eroi, Jamie e Jon (che si lancia senza paura a combattere da solo contro centinaia di migliaia di zombie affrontandoli rigorosamente uno per volta) mentre dall’altra abbiamo il male assoluto impersonato da Cersei e Euron. Tyron ha perso la sua abilità di stratega, Arya è stata utile come un bagno senza carta igienica e Theon invece ha ritrovato le palle (in senso metaforico) dopo un banalissimo dialogo con Jon Snow (sarebbe stato più interessante se si fosse risvegliato dopo lo stupro di Sansa per esempio). In tutto questo Daenerys è un personaggio che ha perso buona parte del suo fascino.


Nonostante i primi quaranta minuti dell’ultimo episodio siano stati molto belli e ricchi di momenti interessanti, come il confronto tra Tyron e Cersei, nell’ultima parte abbiamo assistito a una scena d’amore che pareva una telenovela sudamericana (lui che bussa incerto, lei che apre la porta, si guardano e si chiudono la porta alle spalle), una rivelazione della quale eravamo già a conoscenza e un drago sputaghiaccio (o quello che è) che arriva puntuale e scontato sul finale. Tutte scene scontante, che nelle stagioni precedenti difficilmente sarebbero accadute.
Insomma, l’imprevidibilità che ha fatto la fortuna di Game of Thrones in questi anni è completamente mancata.


Game of Thrones è nata come una serie di “nicchia”, dove per nicchia si intente l’insieme dei lettori di Martin e degli appassionati di cinema. Perché Game of Thrones fu una delle prime serie a portare una forte componente cinematografica in tv. Poi con il tempo tutti quanti hanno cominciato a guardare le serie e quello che era uno show pensato per un certo tipo di pubblico è diventata la seconda serie più seguita al mondo, dopo The Walking Dead.
Arrivati a questo punto gli sceneggiatori hanno deciso di voler accontentare i fan, o per lo meno i fan dell’ultima ora, quelli che non vogliono vedere gli eroi morire, che sperano in un combattimento tra draghi, che desiderano il trionfo del bene, l’atroce morte dei cattivi e che tifano per un incesto del quale non si sentiva minimamente il bisogno. Quelli che hanno fatto la fortuna economica di questo show. Game of Thrones è diventato uno spettacolo commerciale, nient’altro. È come Fast and Furious, ma fatto molto meglio. È un ottimo prodotto di intrattenimento, uno spettacolo per gli occhi, ma senza anima. E quello che era nato come un prodotto innovativo e rivoluzionario rischia di terminare come un show di cui abbiamo già visto tutto.