Recensione senza spoiler.

In questi giorni avrete letto che Tenet ha una trama complicata. Non è vero, la trama di Tenet è semplicissima. Anzi, per certi versi è talmente classica da risultare addirittura banale. È una storia di spionaggio in cui due agenti americani devono fermare un trafficante d’armi russo che vuole distruggere il mondo. In mezzo ci sono la terza guerra mondiale (che è una guerra fredda “temporale”) e una donna da portare in salvo.
Tutto molto semplice, peccato che questo sia solamente il primo strato.

Ciò che rende Tenet un film complesso e molto difficile da seguire è, infatti, l’infinito numero di sotto-trame che si susseguono e si intersecano creando non poca confusione nello spettatore.
A tutto ciò vanno aggiunti i viaggi nel tempo, perché nel film si parla anche, e soprattutto, di questo: entropia, multi universi, paradossi spazio-temporali, protoni ed elettroni, correlazioni quantistiche e dimensioni parallele. C’è tutto quello che un buon film di fantascienza dovrebbe avere. Poi Tenet diventa anche un thriller, una spy-story e un film di guerra, ma questo è un altro discorso.

Il tempo è un elemento presente in quasi tutte le pellicole di Christopher Nolan, il quale ben consapevole che trattare la stessa tematica può annoiare e allontanare gli spettatori, decide di affrontarla sotto un’ottica del tutto nuova e originale trasformando quello che poteva essere il punto debole del film nel suo punto di forza. Nolan ha preso la più banale delle storie e il più abusato dei temi (quello dei viaggi nel tempo) e li ha rimodellati come nessuno aveva mai fatto prima d’ora.
Passato, presente e futuro sono presenti contemporaneamente all’interno della stessa inquadratura. E nonostante in alcuni casi il tempo scorra all’indietro, la narrazione della storia continua a procedere linearmente in avanti. Concetto difficile da capire? Aspettate di vederlo…

Nolan getta addosso allo spettatore una lunga e infinita sequenza di informazioni e spiegazioni con l’intento di chiarire e allo stesso tempo confondere lo spettatore.
Alcuni sostengono che Tenet sia un nuovo punto di svolta nello stile di narrazione cinematografica ma anche letteraria. È possibile, ma è anche troppo presto per dirlo. Lo capiremo tra vent’anni se e quando parleremo di Tenet come oggi parliamo di Matrix.

Il film si divide sostanzialmente in due parti, la prima metà in cui non si capisce nulla e si prova addirittura fastidio nell’affrontare la complessità della trama, la seconda nella quale si comincia a comprendere (quasi) tutto. Ed è qui, in questa seconda parte che viene fuori la maestria del regista, che tramite una messa in scena magnifica ipnotizza gli spettatori.
All’interno di Tenet, infatti, ci sono alcune delle sequenze più belle che il regista britannico abbia mai girato fino ad ora. La perfezione delle coreografie mischiate ai movimenti di macchina spettacolari rendono l’esperienza sul grande schermo qualcosa di impressionante, che la televisione non è assolutamente in grado di restituire. La maniacale cura estetica di ogni inquadratura, l’assenza di computer grafica e la presenza di grandiose scene d’azione girate realmente rende la visione di Tenet al cinema un’esperienza unica e visivamente sublime.

Sicuramente ci sarà chi, da fan incallito del regista, glorificherà Tenet come l’ennesimo capolavoro di Nolan e chi, da buon detrattore e heater del cineasta, additerà il film come un altro blockbuster ben confezionato, ma senza anima. Anche questi ultimi però, non potranno che rimanere ammaliati davanti alla perfezione estetica di determinate sequenze e sorpresi davanti alle performance di Robert David Washington (che dopo BlacKkKlasman dimostra di saper reggere il fardello del protagonista), Robert Pattinson (che ancora una volta conferma, dopo Good Time, The Lighthouse e innumerevoli altre pellicole, di aver sepolto definitivamente il vampiro luccicante di Twilight) e soprattutto Kenneth Branagh questa volta con addosso la parte di un crudele, feroce, spietato e convincente antagonista.

Ma come tutti i film di Nolan, anche questo ha dei difetti. Paradossalmente quello principale coincide con il più grande pregio: l’autore.
Tenet è il film di Nolan per eccellenza, quello che più lo rappresenta e quello in cui ha probabilmente espresso tutto sé stesso. E questo non è detto che sia un bene.
A causa di altri impegni lavorativi, Nolan si è privato di due figure importantissime presenti nei suoi film precedenti: il fratello Jonathan alla sceneggiatura e l’amico Lee Smith al montaggio.
Una volta qualcuno disse che un film viene scritto tre volte: in fase di sceneggiatura, di regia e di editing.
Sceneggiatore, regista e montatore sono, infatti, le tre persone che hanno in mano la storia di un film ed è grazie alla sinergia e al confronto, a volte anche duro, di queste tre figure che un’opera prende la sua forma migliore. Nel caso di Tenet la sceneggiatura e la regia sono affidate alla stessa persona e la nuova montatrice Jennifer Lame probabilmente non ha con il regista la stessa intesa che poteva avere Smith, montatore delle ultime sette pellicole di Nolan.

La storia è infatti molto, troppo, complessa, e a tratti lo è anche gratuitamente. In alcuni casi si ha addirittura l’impressione che Nolan la voglia rendere il più complicata possibile per il puro gusto di farlo, per giocare e divertirsi con lo spettatore che si attende un prodotto cervellotico.
Il film è quasi interamente parlato, in ogni istante vengono fornite informazioni allo spettatore, alcune delle quali trovano risposta, altre invece no: “È andata come doveva andare” oppure “Loro pensano che sia così, non importa il perché” sono le frasi che spesso si ripetono i protagonisti ma che forse si ripete anche Nolan stesso per giustificare lacune nello script e l’inserimento di sequenze e momenti non del tutto logici.

Ma soprattutto, ciò di cui si sente profondamente la mancanza all’interno della sceneggiatura è l’approfondimento dei personaggi. Fatta eccezione per Dunkirk (unica altra pellicola scritta senza l’aiuto del fratello) il cinema di Nolan è sempre stato caratterizzato da personaggi con un profondo background: dal Bruce Wayne che cerca di sconfiggere le sue paure al DiCaprio che vuole redimersi dai suoi peccati, dal malato rapporto di rivalità dei prestigiatori Alfred e Robert, al McConaughey che cerca di tornare a casa dalla propria figlia.
In Tenet, tutto questo non c’è. I protagonisti non hanno un background, non hanno alcun spessore, non hanno uno scopo, non hanno alcuna evoluzione. Sono completamente piatti. E se in Durkirk questa poteva essere una scelta in linea con la trama e l’obiettivo del film, in Tenet emerge più come un problema di scrittura.

Problema analogo risiede nello scorrere del tempo filmico. Per quanto la montatrice Jennifer Lame abbia fatto un lavoro magistrale nell’assemblare questa enorme quantità di materiale, il film procede con un ritmo frenetico, veloce e a tratti claustrofobico. I salti temporali avvengono con una frequenza ed una rapidità quasi fastidiosa (i personaggi quasi si teletrasportano da un posto all’altro). Non ci sono scene ambientali, non ci sono momenti di pausa che permettono allo spettatore di fermarsi, assimilare e riflettere su ciò che ha visto. Il ritmo è da tachicardia per tutte quante le due ore e mezza.
L’impressione è che se al fianco di Nolan ci fossero stati i collaboratori fidati e di vecchia data, avremo assistito ad un film diverso e, probabilmente, migliore.

Ma, involontariamente, Tenet ha anche un’altra funzione, di stampo sociale. Tenet è il primo blockbuster e uno dei primi film che escono in sala dopo il lockdown. È un film importante perché è una pellicola sulla quale tutta quanta l’industria cinematografica sta puntando. Tradotto in termini più semplici, se Tenet dovesse andare bene al botteghino, allora tutto quanto il cinema, forse, potrà ripartire. Se, invece, dovesse andare male, allora molto probabilmente questo segnerà la morte di tutto quanto il settore e una forte e grandissima crisi di tutta quanta l’industria cinematografica.
Nolan ha detto più volte di aver realizzato questo film per la sala. Ed è vero. Con tutti quanti i difetti che possa avere, il regista londinese ci ha dimostrato ancora una volta che l’esperienza in sala è qualcosa che nessun impianto televisivo e nessun servizio streaming può minimamente fornire. E, per certi versi, non poteva scegliere periodo migliore per ricordarcelo. Per tanto, nel rispetto di tutte quante le norme sanitarie, andate a vedere Tenet e andate a vederlo in sala. Perché da questo dipenderà il futuro della settima arte.