20140725_whatsappMi ha sempre affascinato il sistema intrinseco nel Dna umano che ha permesso ai primi ominidi di scendere dagli alberi, evolversi e creare un impero senza rivolgersi una parola. Tanto per capirci, provate voi a chiedere l’ora a un signore alla fermata del bus senza utilizzare parole. Certo, è un esempio estremo, poiché viviamo in una società fortemente complessa, in cui la parola è il centro dell’evoluzione e del leggendario mito del progresso.

Così, per non essere da meno, qualche settimana fa, sono sceso dagli alberi anche io; mi sono recato in un punto vendita di un certo gestore telefonico e ho comprato uno smartphone. Tanto per iniziare sono stato aggredito da una moltitudine di offerte di contratto in cui per dieci euro al mese non dovevo pagare niente (a parte i dieci euro al mese, naturalmente). Tutto gratuito, messaggi telefonate e internet. Poi, su consiglio di alcuni infidi (lo dico a posteriori, infidi) amici, ho scaricato la fantomatica applicazione WhatsApp.

Ho impiegato circa quindici minuti per capire che, effettivamente, non è difficile creare un impero e evolversi (o forse involversi, chi lo sa?) senza utilizzare una parola. Perché la comunicazione ossessiva di cui siamo vittima non punta sulla comunicazione vera e propria, ovvero il messaggio che si fa vettore di una necessità significativa. Tutta la qualità del messaggio è sparita, lasciando, come unico must per una corretta comunicazione la quantità. Sentirsi sempre infilati in una qualche conversazione, essere parte attiva di un contesto sociale (i famosi gruppi, che ho già imparate a silenziare, onde evitare un continuo effetto Tesmed sulla coscia), essere bombardati da un continuo cicaleccio che, in fondo, non solo non è necessario, ma è anche privo di significato e grammaticalmente abominevole.

Mi rendo conto del ritardo e della banalità di questa riflessione, ma, come ho già detto sono sceso da poco dagli alberi. Per cui, trovandomi in mezzo a tutti questi ominidi, mi sono chiesto se, nell’era della comunicazione e della parola, a fare veramente paura, invece delle tigri dai denti a sciabola, non sia quella puzza di solitudine che si sente la mattina, quando si stacca lo smartphone dal caricabatterie.