Immagine1L’ultimo conflitto tra Hamas ed Israele, svoltosi dal 7 Luglio 2014 ed iniziato per questioni di cronaca, sembra volgere al termine, certo non in maniera definitiva, ma solo “temporaneamente più lunga”, eppure in questi giorni dalla firma del “cessate il fuoco” alcune riflessioni sono già possibili:

1- Gli USA hanno oramai perso il ruolo di polizia locale in MO, ruolo che è passato nelle mani di Israele, Iran ed Arabia Saudita, con poche unità minori, spesso contingenti ai fatti, quali Turchia ed Egitto, quindi, chi intendesse ancora criticare gli USA come principale nemico dell’area rifletta sull’odierna posizione di questa super-potenza rispetto agli attuali conflitti e si renderà conto che, fatto salvo gli eventi storici, il suo ruolo sta subendo un certo “downgrade”;

2- Israele ha oramai la forza politica e militare per gestire da sé le proprie minacce, forza che già aveva mostrato in passato sia nel 1967 con la “guerra dei sei giorni” sia nel 1973 sia nei primi anni 90′;

3- Le forza estremiste palestinesi sono quelle che, al netto del loro potere economico sulle popolazione locali e al netto della loro strategia da opportunisti, ottengono il maggiore consenso popolare e il maggiore sostegno locale, pur essendo anche l’intero conflitto passato in secondo piano rispetto ad altri scenari limitrofi;

4- Né Hamas né Israele hanno seriamente intenzione di favorire un processo di pace reale perché sia da un lato, con la strategia delle colonie, sia dall’altro, con la strategia di vittimismo e di unico baluardo antisemita, le due parti stanno continuando ad esasperare l’opinione pubblica e la situazione;

5- La possibilità di concretizzare due stati, uno Palestinese ed uno Israeliano con due rispettive e distinte sovranità nazionale è sempre meno reale e sempre più fantasiosa, soprattutto per via del fatto che i palestinese uno stato loro potrebbero già averlo qual è il Regno di Giordania, quindi, in questo scenario fondamentale sarebbe il ruolo della Giordania in politica estera;

6- Hamas ha bisogno della guerra per continuare ad alimentare la propria esistenza politica, poiché senza un nemico non avrebbe ragione di combattere e sacrificare la popolazione islamica locale, economica, poiché sempre senza la guerra non potrebbe sussistere come primaria forza di riferimento socio-politico palestinese e militare, infine, perché senza questo conflitto non riuscirebbe a ricevere gli aiuti iraniani di cui necessiterebbe né a controllare, come una mafia, il “proprio” territorio;

7- Dall’altro canto, Israele ha anch’esso bisogno del conflitto per continuare a giustificare le sue strategie militari, sia in termini di ricerca e sviluppo sia in termini economico-finanziari, le sue strategie sociali volte ad un razzismo ed una superiorità di razza e sia politiche volte alla sussistenza delle colonie.

I pacifisti della buona ora, i proto filo-palestinese e tutta la congregazione di “poser” (ovviamente non sono tutti così, ma la maggior parte sì) sarebbe ora che prendessero coscienza anche delle colpe e delle volontà dei gruppi terroristici riconducibili alla Jihäd piuttosto che cercare un solo nemico nel classico e alla portata di tutti Occidente, vedasi quindi Israele e gli Stati Uniti: “da che mondo e mondo”, “da che storia a storia” le colpe non sono mai state solo di una fazione, ma sempre condivise durante un conflitto, semmai al termine di esso la totalità delle colpe ricadeva sui vinti.