Tutti quanti conosciamo la storia di Stefano Cucchi. O per lo meno, tutti quanti ne conosciamo l’esito. È impossibile, infatti, non associare il nome di Stefano Cucchi a un volto, quel volto tumefatto, e a un corpo, quel corpo, steso sul tavolo dell’obitorio.
Nell’ottobre del 2009 Stefano Cucchi uscí di casa per incontrare un amico. Venne arrestato. Sei giorni dopo morí al Sandro Pertini di Roma.

Sulla mia Pelle, il film di Alessio Cremonini presentato a Venezia e distribuito da Netflix ricostruisce quei sette giorni e il percorso che ha portato Cucchi dall’arresto alla morte. Un’operazione molto pericolosa, in quanto è molto facile cadere nella retorica quando si vuole raccontare una vicenda di questo tipo.
Una volta, in un’intervista, Steven Spielberg disse che bisogna realizzare film su fatti realmente accaduti a grande distanza di tempo, quando questi avvenimenti vengono consegnati alla storia. Solo in questo modo è possibile avere un quadro completo della vicenda, utile per costruire al meglio il racconto.
La vicenda Cucchi é relativamente recente, e il caso è ancora aperto.
Cremonini lo sa ed è per questo motivo che decide di basare il racconto sugli atti processuali. Cosí come già accaduto per “Diaz” di Daniele Vicari, tutto quello che si vede nel film è realmente accaduto, scritto nero su bianco sui verbali: fatti, persone e dialoghi, tutto reale, tutto scritto.

Sulla mia pelle è la storia della trasformazione di un corpo, la trasformazione di un ragazzo che, lentamente, giorno dopo giorno diventa un cadavere. La recitazione di Alessandro Borghi è pazzesca. Che Borghi sia uno dei migliori attori italiani contemporanei non è una novità, ma in questa pellicola supera ogni sua precedente interpretazione. La sua recitazione non è esagerata, non è virtuosa nè, tantomeno didascalica. È reale, come tutto il film. Non vuole far emergere il personaggio o la bravura dell’attore, ma vuole trasportare sullo spettatore la sofferenza fisica del protagonista. Dopotutto questa storia è caratterizzata da spettatori, da innumerevoli persone che hanno visto un uomo rifiutare le cure con il corpo e chiedere aiuto con gli occhi.

Sulla mia pelle è un film reale, crudo e diretto. Non c’è nulla di romanzato, nulla di emozionale, ma è la dura realtà dei fatti. Cucchi entra in una stanza e poco dopo lo vediamo con il volto livido. Cosa sia accaduto nel mezzo non lo sappiamo e non è intenzione del film scoprirlo. Non è una pellicola giustizialista, che cerca di trovare le risposte che la legge non è riuscita a dare. Non è una storia che santifica il suo protagonista e, soprattutto, non è un film che cerca un colpevole. Anche perchè, più scorrono le immagini più è chiaro chi sia il colpevole: siamo noi. Medici, carabinieri, infermieri, giudici, amici e famigliari. Ogni persona che Stefano Cucchi ha incontrato lungo il suo percorso verso la morte avrebbe potuto fare qualcosa in piú, ma ha preferito fermarsi prima. La domanda è: siamo sicuri che noi ci saremmo comportati diversamente? Siamo sicuri che avremmo messo a rischio il nostro lavoro, la nostra reputazione per dare una mano a quel ragazzo e andare fino in fondo alla vicenda?

Probabilmente tutti noi ci saremmo comportati come chi, ignaro di cosa sarebbe successo, non ha dato abbastanza peso alla vicenda di Stefano Cucchi. Perchè l’essere umano di base è fatto cosí, è stato programmato per voltare le spalle al prossimo, fino a che non è troppo tardi.
Non è un film che emoziona, non è un film che ti fa venire voglia di schierarti o di alzarti per cambiare il mondo. È un film che fa riflettere. È uno schiaffo in piena faccia, perchè è un film che non lascia speranza e che ci ricorda quanto siano ingiusti questo mondo e questa società. E che noi ne siamo responsabili.