Il Giro d’Italia è finalmente iniziato con questa tre giorni in Israele e le polemiche e le strumentalizzazioni di chi sui social trova sempre un buon spunto di polemica finisce di risultare come quei volantini sloveni nella Trieste del Giro del ’46.

Andiamo con ordine: da quando questa edizione del Giro è stata presentata, anzì dalle prime indiscrezioni, le polemiche hanno cercato di infestare una manifestazione sportiva che da sempre ha saputo abbattere ogni frontiera sia essa territoriale o politica nonche farsi veicolo di speranza. Ricordate, alcuni sì molti lo hanno solo letto, di quel Giro 1946 vinto da un certo Bartali, il quale percorse l’Italia da Torino a Genova proseguendo per Roma con la benedizione papale per poi risalire lo stivale lacerato dalle bombe della Guerra appena terminata e ricucire le ferite di un popolo ancora dolorante ma pieno di speranza in un futuro radioso sospinto dalla forza di quei Girini che arrivarono fino ai confini di quella terra, italiana, tanto travagliata che fu Trieste conquistata in quel 30 giugno del ’46 dai corridori con la maglia rossa e l’alabarda triestina scampando dalla sassaiola di Pieris che ha messo a repentaglio la corsa.

Ma quel giorno no, doveva vincere la Wilier Triestina, acronimo di W l’Italia Libera e Redenta, capitanata da quel tenace capitano Giordano Cottur, triestino puro sangue. Lui vinse la tappa, Lui mise d’accordo tutti portando la felicità al popolo ferito e i volantini slavofili,così li chiamò il cinegiornale, divennero carta straccia portando così un po’ di pace in quel territorio proprio quella che Gino Bartali, vincitore di quel Giro, ha sempre trasportato nei documenti falsi di ebrei facendo la staffetta fra Assisi e Firenze e magari fino Genova salvando così centinaia di ebrei senza dimenticare la famiglia nascosta nella sua abitazione di Firenze. Questo era Gino il Pio o l’homme de fer, come lo chiamavano i francesi, e questo il Giro 101 ha voluto ricordare e grazie alla maglia arcobaleno di Doumulin, simbolo sia di pace che di campione del mondo di ciclismo, nel crono prologo di Gerusalemme.

Siamo d’accordo sul lato economico che avrà avuto una sua importanza ma senz’altro le volate di Viviani figlie della classe cristallina del pistard puro sangue hanno portato la luce e la speranza che Bartali durante la Guerra trasportava nel telaio e quella felicità che Cottur portò nella sua Trieste Senza dimenticare l’intera squadra Wilier che si preparò al Giro del 46 probabilmente con la stessa dedizione e volontà del Israel Cycling Academy, la prima con le effige del l’alabarda triestina la seconda con la stella a sei punte.

E allora, semplicemente, buon Giro d’Italia nella speranza che il ciclismo possa essere un simbolo di pace fra i popoli ricordando le vittime perché il gruppo non dimentica la gente e il popolo che scende e scenderebbe volentieri nelle strade per vederlo.