PantaniIn quel 5 giugno 1999 la camorra indossò la Maglia Rosa.

La cronaca arida dei fatti ci permette di descrivere in poche righe ciò che successe: tutti avevano scommesso sulla vittoria di Marco e la camorra fiutò l’affare: “Il pelatino non arriva a Milano, fidati”, questo fu il consiglio che Renato Vallanzasca ricevette da un membro di spicco di un clan camorristico (all’epoca suo compagno di cella). Come disse in conferenza stampa il 9 giugno lo stesso Pantani, il controllo antidoping era inevitabile per i primi dieci in classifica, figuriamoci per la Maglia Rosa. Gli esami del sangue riportarono un tasso di ematocrito pari al 51.9% mentre il limite massimo era 50%. Prima di allora Marco subì altri due controlli in cui l’ematocrito si attestava al 46%, ben al di sotto del massimo consentito dalle norme dell’Unione Ciclistica Internazionale.

Nel Giro del 1999 il Pirata era stato il vero dominatore e, proprio nella tappa di Madonna di Campiglio, si scatenò come non mai. Riuscì, infatti, a staccare tutti gli avversari, compresi gli scalatori puri come Buenahora che non fu in grado di tenere il passo del romagnolo.

In quell’edizione della corsa Rosa c’è un momento che nessuno scorderà mai: nella quindicesima tappa, partita da Racconigi, ai piedi della salita Biella-Oropa, Pantani sembra aver forato, quando invece è per colpa di un salto di catena che è costretto a scendere dalla bici. Il Pirata è quindi costretto ad attendere l’arrivo dell’assistenza Shimano che, sostituendo la ruota posteriore della bicicletta, permette a Marco di ripartire insieme a tutto il treno gialloblu della Mercatone, composto da Borgheresi, Podenzana, Velo, Zaina e Garzelli. Ѐ proprio quest’ultimo a lanciare il treno come fosse una volata e Marco inizia una rimonta inesorabile nella quale, fino a poco dopo l’abitato di Favaro, è accompagnato dal fidato gregario Marco Velo che cede di schianto a meno di 5 km dal traguardo. Inizia così la rimonta in solitaria del Pirata, tanto rapida da risucchiare scalatori arcigni come Jiménez e Buenahora, per poi andare a riprendere prima il duo nostrano Simoni e Savoldelli e subito dopo i favoriti per la vittoria finale: Ivan Gotti (che con Marco costituì la Pantani“grande Italia che pedala” sulle rampe dell’Alpe d’Huez appena due anni prima) e Laurent Jalabert. Così rimane l’immagine di un Pirata che scatta e supera la moto che lo inquadra, ma sembra quasi superare se stesso, per arrivare in solitaria al Santuario di Oropa in mezzo ad “un tifo da stadio calcistico”, come lo descrisse il compianto Adriano De Zan.

In quel Giro e su quella salita forse c’è rappresentato tanto di Marco Pantani: la caduta della catena, metafora della sfortuna che segnò la sua carriera,  ma anche l’affetto del pubblico che in questi anni ha sempre creduto nella sua figura di sportivo e lo ha sostenuto in questa rimonta sulle ali dell’entusiasmo.

Il personaggio fondamentale però lo identifico in quel meccanico dell’assistenza Shimano che in quel momento era al servizio della verità: Pantani non poteva perdere il Giro per un salto di catena. Allo stesso modo, il Procuratore Sergio Sottani e le indagini della Procura di Forlì “restituiscono” un’altra di verità definitiva: la MAGLIA ROSA del Giro 1999 deve essere riconsegnata a MARCO PANTANI.