kwiatowskiLa classica di San Giuseppe o più semplicemente la classicissima, come molti la chiamano, per definirla serve un semplice aforisma che odora di leggenda:

“La Sanremo è una lotteria, ma il numero giusto lo prende sempre Eddy Merckx”

La storia secolare della Milano-Sanremo insegna come la si può vincere in ogni frangente dalle rampe del Turchino alla volata in Via Roma nel cuore di Sanremo, per questo motivo è una vera lotteria. Certo, il ciclismo è cambiato da quando, nel ’46, Nicolò Carosio annunciò ai radioascoltatori la vittoria di Fausto Coppi aggiungendo parole pesanti come macigni “in attesa del secondo trasmettiamo musica da ballo”, l’Airone spiccò il volo proprio sul Turchino prima di giungere in riviera scrivendo una delle pagine più belle del ciclismo eroico e della rinascita del nostro paese. Quest’anno lo spettacolo non è mancato e le emozioni neanche grazie alla maglia più affascinante del gruppo: quella iridata. Già quell’immagine suggestiva del campione che vince in maglia iridata una classica monumento rimane stampata come fosse un simbolo universale, un fil rouge che unisce solo i leggendari campioni del pedale: da Binda, alla doppietta del Cannibale Eddy Merckxs, a Felicione Gimondi per finire col grande Beppe Saronni. Vi chiederete, sapendo già com’è andata, cosa c’entrano questi grandi campioni che hanno vinto la Milano-Sanremo in maglia iridata? La risposta è semplice e la storia di uno di loro sulle strade della classicissima sembra proprio condurci per mano a quello che è successo nell’edizione 2017: quella di Saronni con la Sanremo non è stata una vittoria semplice, anzì. Prima di vincerla nel 1983, il Beppe ha dovuto subire “l’onta” di essere beffato allo sprint per ben tre volte consecutive (’78,’79 ed ‘80). Lo spauracchio sembrava ripresentarsi anche nell’83 ma ormai Saronni era diventato maturo (seppur ancora giovane) e decise che non sarebbe potuto arrivare insieme a Bontempi ed a Kelly perché probabilmente avrebbe perso in volata, così la classe del venticinquenne Saronni in maglia iridata lo ha fatto scattare sulle prime rampe del Poggio facendo letteralmente il vuoto per arrivare in Via Roma con un indimenticabile Adriano De Zan che disse: “Ormai non ci sono più dubbi: Giuseppe Saronni ha vinto la Milano-Sanremo, può voltarsi ed alzare le braccia al cielo”. Abbiamo detto però che la Sanremo è una lotteria e solo uno pescava sempre il numero giusto (Eddy Merckx) gli altri devono giocarsela nel turbillon di emozioni che i Capi della Riviera prima, la Cipressa poi ed infine il Poggio sanno regalare.

L’edizione 2017 entra nel vivo, come spesso succede, sul Turchino, dove i fuggiaschi prendono il largo (sono 12 e 5 italiani) con Marangoni, Frapporti, e Poli fra i più attivi. Arrivati in riviera a Celle Ligure (cittadina della OLMO) il vantaggio è di 5’e 09’’. Le immagini non possono non soffermarsi sulla bici del lettone Toms Skujiņš (Cannondale Drapac) la quale è l’unica dotata di freni a disco. Si arriva a Loano e la fuga ancora ci crede, i corridori si incitano a vicenda forse ricordando la fuga di Michele Dancelli del ’70 che terminò in lacrime dal sapore di vittoria quell’interminabile digiuno di vittorie italiane (17 anni, da Loretto Petrucci). Il gruppo controlla senza troppi problemi rosicchiando decine di secondi ad ogni chilometro fino a quando il gruppo giunge ai Capi, prima Capo Mele il quale viene affrontato da Trentin ai 33 km/h nelle prime posizioni del gruppo per poi scendere rapidamente a Diano Marina (paese di Bonifazio, velocista del Team Bahrein-Merida) in mezzo a moltissima gente a bordo strada. Il Capo Berta è un vero spettacolo (forse non piacevole per i ciclisti in pieno sforzo) di fumogeni gialli e rossi, una vera torcida che avvolge il gruppo impegnato a mettere fatica nelle gambe dei velocisti puri. Il passaggio ad Imperia con la fuga a 50” è il preludio al forcing sulla Cipressa, salita di 5km e 700m con 234m di dislivello, con il Team SKY e la BMC ad alternarsi in testa. L’antipasto della battaglia è l’audacia di Tim Wellens (Lotto Soudal), il quale attacca con Mattia Cattaneo mandando in crisi il primo dei big, già vittorioso a Sanremo: Mark Cavendish. Il gruppo allungatissimo miete le prime vittime: Guarnieri (della Fdj) alfiere di Demare, vincitore l’anno scorso ed in grande forma. Felline guida il gruppo lungo la discesa fino all’attacco di Tony Gallopin prontamente stoppato da Phlippe Gilbert della Quick-Step floors mentre il gruppo ormai viene controllato dalla Bora Hansgrohe con Cesare Benedetti angelo custode di Peter Sagan annunciato protagonista se non vincitore sicuro insieme a Gaviria della Quick-Step floors. I minitreni delle squadre lanciano la volata per prendere in testa il Poggio: Boonen, Alaphilippe e Trentin (per la Quick-Step); Felline, Degenkolb e Stujvens (della Trek-Segafredo); e la Bmc con Greg Van Avermaet e Oss. Arrivati sul poggio la Sky è in testa con Kwiatowski e Viviani, nel mentre davanti Tom Doumulin rilancia l’andatura mantenendola elevatissima per l’australiano Matthews incollato alla ruota di Peter Sagan. La gara esplode nelle ultime rampe del Poggio con un attacco, del Campione del Mondo, da vero finisseur e solo Kwiatowski e Alaphilippe riescono a stargli a ruota mentre il brillante Colbrelli deve mollare guidando comunque  la testa del gruppo. Lo spettacolo è bellissimo l’iride vola in discesa tracciando un arcobaleno in riva al mare scatenando emozioni intense. Il polacco del Team SKY ed il francesino talentuoso della Quick-Step non tirano perché sanno di perdere ma ci piace pensare anche per una sorta di rispetto metaforico in cui la bellezza della maglia iridata in testa è veramente unica. Via Roma arriva in un attimo, parte lunga la volatona di Peter Sagan mentre Kwiatowski con una lucidità estrema crea un mini buco di un paio di metri per non trovarsi troppo sotto alla ruota di Sagan e il fotofinish regala un epilogo impietoso: Sagan, secondo anche nel 2017, ha pescato il numero sbagliato anche se avrebbe meritato una vittoria da incorniciare e da rimanere scolpita nella Storia proprio come quella di Binda, la doppietta di Merckx, quella di Gimondi e quella di Saronni che nel ’83 disegnò un capolavoro molto simile a quello di Sagan peccato per la firma che indica Michal Kwitowski.