Il leone dalla lingua e dagli artigli rossi lotta sui muri delle Fiandre e sui settori in pavè della Roubaix. Questa è l’immagine che incarna lo spirito dei corridori al via della Ronde van Vlaanderen e della Parigi-Roubaix.

Il primo ad essere chiamato con l’appellativo di Leone delle Fiandre fu proprio un italiano: Fiorenzo Magni (della Wilier Triestina). Mai soprannome fu più azzeccato in quanto egli sul pavè attaccava ed andava forte come sull’asfalto tanto che in un’intervista disse: “io potevo essere benissimo un Fiammingo”. Questa affermazione non è casuale o buttata lì a caso, infatti Magni vinse il suo primo, dei tre consecutivi, Giri delle Fiandre nel ’49 senza alcun supporto: solo con la sua bicicletta, l’unico aiuto: un vecchio meccanico che le diede una borraccia di tè caldo a cento chilometri dall’arrivo in cima al Muro di Grammont. Erano gli anni dell’immediato dopoguerra dove lo spirito era quello eroico (come lo definiamo noi oggi) e ci si doveva arrangiare in tutto e per tutto senza alcuna macchina al seguito né tantomeno supporto meccanico. Un altro fattore che rese Magni un vero monumento del Giro delle Fiandre: “la prima volta uno può vincere, la seconda volta è molto difficile mentre la terza è quasi impossibile” parola di Fiorenzo, il Leone delle Fiandre. La terra fiamminga con i suoi muri unisce in una corsa ciclistica il sacro ed il profano riversando sulle proprie strade moltitudini di appassionati da tutto il mondo regalando uno spettacolo unico, com’è stato anche quello di questo 2017, in cui sin dalla partenza dalla piazza del mercato di Anversa, una folla festante ha accolto i corridori riservando un’autentica ovazione alla Quick-Step Floors ed all’idolo di casa Tom Boonen accolto da un battito di mani “infernale”.

In ogni intervista che leggete o sentite dei campioni italiani  del passato che hanno vinto in Belgio, da Magni a Moser, sentirete quanto tutte le gare della Campagna del Nord siano ancora più ostiche per gli stranieri perché i Belgi sui muri delle Fiandre e sulle pietre della Roubaix danno l’anima e forse qualcosa in più rendendo la corsa durissima, con campioni specialisti in queste grandi classiche monumento o in alternativa interi squadroni votati alla causa, proprio come la Quick-Step Floors che ha dominato la corsa facendola esplodere da lontano proprio là sul Muro di Grammont (il Muur simbolo da sempre della corsa, alias Kappelmuur) con un attacco decisivo di Tommeke (Tom Boonen), coadiuvato da Trentin, il quale spezza il gruppo cogliendo alla sprovvista gli altri grandi protagonisti, due per tutti l’iridato Peter Sagan e il campione olimpico Greg Van Avermaet. La chiesetta in cima al Kappelmuur sembra benedire l’azione dello squadrone belga rendendo tutto unico infatti sul vecchio Kwaremont, ai meno 55 chilometri dal traguardo, Philippe Gilbert entra in azione facendo un’impresa d’altri tempi quasi come quelle che si possono sentire raccontare nelle interviste del compianto Fiorenzo Magni o vedere in vecchi e rari documentari.

Il vantaggio aumenta progressivamente e la maglia di campione belga unisce i leoni fiamminghi ai galli valloni sotto un unico grande trionfo nazionale mettendo da parte le rivalità che tanto hanno riempito l’animo e la passione dei tifosi nella storia del ciclismo. L’impresa però trascende dal fattaccio che succede ai meno 15 km dal traguardo in cui Peter Sagan, Greg Van Avermaet e Oliver Naesen in pieno inseguimento vengono colpiti dalla malasorte (se non vogliamo entrare in sterili battibecchi sulle cause). Sagan volendo evitare il pavè fiammingo ha preferito viaggiare a pochi centimetri dalle transenne così che l’aggancio con un giubbotto di uno spettatore è stato fatale ai tre inseguitori del Campione del mondo di Valkenburg (Philippe Gilbert). Nonostante Greg Van Avermaet sia riuscito tempestivamente a ripartire non è più riuscito a raggiungere Gilbert che sul traguardo di Oudenaard ha sollevato la bicicletta al cielo sapendo che la sua impresa rimarrà nella storia del Fiandre e nella storia del ciclismo e sarà un patrimonio che i Belgi non dimenticheranno facilmente soprattutto perché il suo palmarés parla chiaro, manca solo la Roubaix!

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