248144_36922685Siamo a Genova. Una lite tra una ragazzina di diciassette anni e una di dodici finisce tra calci e percosse. Il tutto, registrato su uno smartphone da uno dei ragazzi che assiste allo scontro. Gli altri presenti, rimangono a guardare, intervenendo solo quando, all’ennesimo calcio, la dodicenne sembra avere una crisi respiratoria. Il video fa il giro del quartiere, alla velocità di un ‘invia’ sull’ormai utilizzatissimo Whatsapp.

New York, una mamma uccide il figlio di cinque anni, inniettandogli in corpo quantità smisurate del comune sale da cucina. Era diventata da tempo ormai famosa su Twitter per aver raccontato, passo a passo, il dolore del figlio.

Le notizie, com’è immaginabile, arrivano in tempo quasi reale ai social network. Qui i commenti non si fanno aspettare. Bastarda, figlia di bastardi!, In galera queste troiette e i genitori, incapaci di insegnare l’educazione!, Bulletta di merda, Maledetta psicopatica, Abbattetela!.. sono solo alcuni dei tanti, tantissimi commenti che si possono leggere nelle pagine Facebook delle diverse testate giornalistiche che riportano i fatti accaduti.

Nell’epoca del #JeSuisCharlie, ci sentiamo tutti portatori sani di una qualche verità rivelata, che ci appartiene da sempre e che dobbiamo diffondere nel mondo a spada tratta, senza macchia e senza paura. Il risultato, però, il più delle volte è un becero insulto, condito da odio, violenza e qualche giudizio assolutamente non richiesto.

Lungi da me difendere le donne sotto accusa (siano esse la diciassettenne genovese, la mamma newyorkese o chiunque altro), mi chiedo cosa ci stia succedendo. Tutelare la libertà di espressione è una cosa, insultare un’altra. Utilizzare i social network come strumento positivo, per informarsi e tenersi in contatto in tempo reale può essere una buona proposta, renderlo una vetrina per sfoghi volgari, rabbiosi e frustrati, no.

Comunicando dietro ad uno schermo, ci si dimentica spesso che, seppur nel silenzio del nostro ufficio, stiamo comunque rapportandoci ad altre persone, che non conosciamo ma che nonostante tutto ci preme giudicare: nella vetrina sociale per eccellenza, diventiamo improvvisamente tuttologi, ci mascheriamo da paladini della giustizia e se qualcuno osa ribattere ai nostri slogan volano gli insulti. Ci si “scalda” per un nonnulla, si discute con il coltello tra i denti, consapevoli che quella non è la vita reale, che quando le cose non ci piacciono più, quando abbiamo terminato la lista di offese, o la carica di rabbia da sfogare, possiamo disconnetterci.

Non ci si sdegna più, nulla ci fa ancora saltare dalla sedia, nulla ci inorridisce più, tanto da richiederci il silenzio della riflessione. Tutto viene immediatamente commentato, retwettato, pubblicato, addobbato da cattiverie che esplodono in qualche secondo, per poi svanire nel nulla. Forse dovremmo incominciare a rallentare, a prenderci il tempo che ci serve per digerire le notizie e masticarle per un po’, prima di avventarci sul nulla, accecati dalla collera. Che poi, rischiare di assomigliare a Don Chisciotte quando se la prese con il gregge di pecore, scambiandole per un potente esercito, è un attimo.