Giovedì 6 settembre, in serata, è stato inaugurato a Milano il primo locale #Starbucks in Italia e, ovviamente, non sono mancate le polemiche. E che polemiche.

Premettendo che io non sia una grande fan di questa catena, fatta eccezione per i buonissimi dolcini alla cannella che vendono, e che tutti i suoi fan che si sono fatti due ore di coda per prendersi un caffè di pessima qualità sono dei cretini, tutti quelli che gridano allo scandalo e alla morte degli altri bar milanesi non sono affatto da meno.

Ma come potete seriamente pensare che uno Starbucks possa comportare la chiusura di altri locali? Eppure basterebbe un minimo di capacità di riflessione per capire che tutto ciò non accadrà. Prima di tutto perché noi italiani siamo abituati a un certo tipo di caffè, che da Starbucks non si trova. In secondo luogo, un locale come quello è sicuramente uno specchietto per le allodole giovani, che si sentono cosmopolite facendosi un selfie mentre bevono un frappuccino, ma nonostante a Milano ci siano tanti giovani, è anche pieno di meno giovani che sicuramente continueranno a fare colazione al loro bar di fiducia.

Terzo motivo per cui tutti i bar di Milano non sono destinati a fallire: l’abitudine. Nonostante l’apertura di Starbucks sia una vera novità, a breve la novità finirà e chi si è entusiasmato tornerà appunto al suo bar di fiducia. Tutti quanti ci siamo emozionati quando nella nostra città hanno aperto un McDonald’s, ma di certo non abbiamo mandato in fallimento le pizzerie. Quarto motivo: ne hanno aperto uno per ora, ragazzi, davvero, calmatevi e respirate! Lo capite che non ha senso combattere queste crociate inutili?

Credo, però, che ci siano anche alcuni validi motivi per cui i bar di Milano e non solo meriterebbero di fallire per colpa di Starbucks: prima di tutto la poca apertura e correttezza verso “il mondo”. Spesso e volentieri i turisti stranieri non vengono trattati come meriterebbero e spesso e volentieri vengono anche presi in giro con aumenti dei prezzi dei prodotti consumati perché “Tanto non capiscono cosa gli diciamo”.

Secondo punto: l’assenza di voglia di adattarsi ai cambiamenti della società. Soprattutto nelle grandi città, che raccolgono un bacino di lavoratori soprattutto impiegati in uffici, è assurdo che non si trovi quasi mai la possibilità di potersi sedere a un tavolino con il proprio computer o smartphone senza avere la possibilità di connettersi alla rete wifi o addirittura senza nemmeno avere la possibilità di ricaricarne la batteria. Sono molto carini quei locali in cui i proprietari scrivono “Qui non abbiamo la connessione wifi perché vi vogliamo invitare a stare meno al telefono e a chiacchierare di più”, per carità, ma dobbiamo anche tenere in considerazione che nei bar non ci vanno solo le coppiette di innamorati, ma anche chi ha bisogno di un luogo tranquillo dove studiare o lavorare. E quindi sì, non mi sento di criticare chi sceglierà di andare a fare queste cose da Starbucks o in quei pochi bar che si stanno aprendo ai cambiamenti sociali e culturali.

Terzo motivo: la legalità. Già, perché mentre voi proprietari di “italianissimi” bar sottopagate le vostre cameriere e i vostri barman, probabilmente anche maltrattandoli e soprattutto tenendoli rigorosamente in nero, sappiate che tutto questo da Starbucks non succede, perché tutti i dipendenti sono regolarmente assunti. Quindi prima di indignarvi, prendete esempio sotto questo punto di vista. E magari imparate anche a non incazzarvi se qualcuno vi chiede di poter pagare con carta solo perché siete dediti all’evasione e battete uno scontrino su cinque, nella migliore delle ipotesi.

Detto ciò, ribadisco il mio invito alla calma: non abbiate sempre questo terrore verso il cambiamento e state tutti tranquilli, perché la maggior parte delle persone continuerà a preferire il vero caffè alla brodaglia americana. E imparate a fare come me: mangiate tutto, senza discriminazione, così nessuno rischierà il fallimento. Andate a mangiare pizza, pasta, giapponese, brasiliano, buon caffé e, se effettivamente aprirà anche a Torino, un Cinnamon Swirl da Starbucks.