2014-06-07_Ignazio_Marino_al_Roma_Pride_2014 Ogni mattina Marino si alza dal suo letto, si reca in cucina per mettere su la caffettiera e poi raggiunge il bagno, in fondo al corridoio. Ogni mattina, verso le 9:30 raggiunge il suo ufficio, spesso prima di alcuni suoi dipendenti e da qui, dal momento in cui varca l’uscio del suo ufficio, sa che quel giorno sarà più difficoltoso e duro del precedente, poiché essere sindaco a Roma è qualcosa di estremamente drammatico che solo un corrotto senza nulla da perdere potrebbe sobbarcarsi una tale impresa. Ecco, Ignazio Marino, da candidato alle primarie esterno alle correnti di partito del Partito Democratico, è il sindaco che dal Maggio 2013 governa la capitale ed è uno di quegli sprovveduti ed un po’ ingenui che hanno deciso di tentare la propria sorte politica ambendo a tale ruolo, però, di certo Marino non è un corrotto come in tanti, media e M5S in primis, vogliono far intendere.

Marino, sin dagli inizi, sin da quel suo primissimo atto di alzare la cornetta dal suo nuovo ufficio al Campidoglio e di chiamare la Guardia di Finanza per eseguire dei controlli preliminare sui bilanci comunali, è sempre riuscito nella titanica ed al quanto improbabile impresa di riuscire a mettere d’accordo tutti, dalla destra alla sinistra estrema, tutti uniti nella lotta dura e pura contro questo straniero, questo alieno della politica romana che con sé portava una panda rossa, una bicicletta, un libro di fede e tanta speranza e voglia di mettere a piena disposizioni della città le sue forze.

Mettere d’accordo i partiti, soprattutto se agli antipodi come Forza Nuova e Sinistra Ecologia e Libertà – per gli amici SEL, oppure “coacervo di fisici delle particelle”, oppure, ancora “manica di ridicoli” – è un qualcosa che nessuno sarebbe riuscito a fare, inoltre l’aggravante di Marino è stato quello di riuscire a mettere d’accordo anche tutti i media: dai giornali come Libero ed il Fatto Quotidiano, ai giornali leggermente più seri come La Repubblica oppure i Tg di Mediaset; ecco già da queste premesse di “sante alleanze popolari” contro l’invasore e straniero Marino vi erano tutte le basi per un epocale fallimento: un totale mancato rispetto della regola basilare nata dal periodo macedone di Filippo e di ampio uso alle corti austriache del 1800, ossia: “Dividi et impera”. Storicamente parlando solo Caio Giulio Cesare durante le battaglie galliche, tra il 58 a.C. ed il 50 a.C., riuscì a far peggio unendo intere tribù contro sé stesso, ma Cesare era un abile politico e stratega, nato da una famiglia di amministratori pubblici e di proto-borghesi formati nella politica, Marino, invece, non è nulla di tutto ciò: è un completo outsider. Il_Colosseo

Le figure retoriche di similitudine tra Marino e Cesare non voglio essere un’esternazione di saccenteria, quanto, invece, un punto di partenza di una riflessione poiché la storia spesso può continuare ad insegnare qualcosa ai contemporanei essendo, di fatto, questa scritta e recitata da uomini che paiono non cambiare le proprie abitudini nella gestione del potere, e no, neanche le donne sono immuni a ciò, lo aggiungo come appunto per le femministe e proto-tali.

Il giusto punto di partenza è basato su alcune brevi riflessioni che di fatto paiono essere oggettive fattispecie, quali:

1- Marino non nasce come politico, è un medico-chirurgo con decennale esperienza, che ha lo strano ed al quanto insolito interesse per la civica e la politica: un uomo di cultura civica nato e vissuto nella società romana che si presta per un caso fortuito alla politica;
2- Non essendo quindi un politico non riserva a sé capacità mediatiche, comunicative e gestionale o di compromesso tipiche del mondo politico, le quali spesso rappresentano delle necessità primarie per l’ordinaria sopravvivenza in questo mondo ancor prima d’essere definite capacità;
3- Marino al netto delle considerazioni del precedente punto non ha dimostrato incompetenze particolari sotto i profili tecnico-amministrativi, quanto, invece, proprio sotto l’aspetto politico-comunicativo, non riuscendo a gestire con la necessaria pragmatica freddezza le situazioni emergenziali ed occasionali di cui alla fine è stato vittima e, soprattutto, non riuscendo a comunicare a dovere, contrastando il dissenso generato dai media e dagli avversari, quanto da lui eseguito nel corso di questi due anni;10021751234_0e5e47d06d
4- Marino ha vinto le primarie del 2012 grazie alla sua immagine di outsider dalle correnti e dalle dinamiche del PD e, soprattutto grazie alla sua capacità di essersi dimostrato diverso dai suoi avversari interni, ha subito fin dagli esordi gli attacchi dei suoi colleghi di partito locale;
5- Marino ha vinto le elezioni amministrative del Maggio 2013 con oltre il 65,00% di consenso sbancando ogni previsione e semplicemente demolendo le destre ed i grillini, una vittoria netta resa possibile soprattutto grazie ad una campagna elettorale diversa dai suoi avversari, non ricca di promesse e di sostegni dei privati o dei poteri forti, ma del popolo medio romano, stufo ed uscente dagli scandali allora conosciuti del già sindaco Alemanno;
6- Il sindaco Marino ha dovuto governare sin da subito, per via delle azioni da lui intraprese, con un difficile sostegno del suo stesso partito e contro ogni quotidiana resistenza politica ed elettorale degli avversari;
7- La situazione romana ex-ante 2013 si presentava pressoché disastrosa sotto ogni aspetto: un debito pubblico cittadino consistente, bilanci privi di criteri di sostenibilità finanziaria, spese incontrollate, disavanzi annuali consistenti, cantieri pubblici bloccati per via dei ritardi e delle inchieste, esuberi di personale e disservizi continui nelle aziende pubbliche e partecipate di gestione dei servizi pubblici come ATAC ed AMA, ed un’altra serie di fattori pressoché destabilizzanti che avevano porta la città romana ad essere declassificata dal punto di vista finanziario dalle principali agenzie di financial-ranking come S&P. 80

Al netto di queste considerazioni, Marino è stato, e rimane, uno dei pochissimi sindaci che nel corso della storia repubblicana romana abbia mai provato a scalfire un minimo un sistema di gestione della res publica del tutto illegale e non ordinario alle norme di diritto pubblico ed amministrativo.

Un sistema talmente consolidato, ben oliato e funzionante, frutto di anni di sperimentazione e di relazioni che l’hanno portato ad elevarsi al grado di “mafia” e di acquisire una propria specifica connotazione e denominazione qual è “Mafia Capitale”.

Un sistema che non si limitava al semplice lucro sul complesso dell’accoglienza, ma che si estendeva, e si estende tutt’ora nonostante le indagini della Magistratura, ad un sottobosco di micro realtà varianti dagli abusivi commerciali in piazza Navona, ai vigili urbani assenteisti, ai cronici esuberi nelle aziende pubbliche, agli assenteismi generici e diffusi del personale delle società pubbliche capitoline sino a disservizi di ogni forma in diversi uffici, realtà ed infrastrutture, queste per lo meno sono le sfumature gravi, ma quelle realmente pericolose vertono su un mondo ben più consistenti e florido ossia quello delle urbanizzazioni, delle opere pubbliche e dei servizi di terzo settore, come appunto l’accoglienza: dai “palazzinari” delle solite note famiglie della “Roma per bene”, ai “cementificatori” occasionali della riviera ostiense sino ai gestori dei centri CARE, CIE, e delle decine di altre sigle del mondo dell’accoglienza dei rifugiati sino, infine, ai gestori ed appaltatori dei campi nomadi.

Un sottobosco talmente esteso ma microscopico rispetto a questi giganti dell’illegalità, ma che nella loro diversità dimensionale erano riusciti a trovare il giusto compromesso di convivenza e di apparentamento ad un sistema che sapeva remunerare i propri “figli”, un sistema che , però volgeva lo sguardo non all’inclusione di tutti, ma alla soggezione dei pochi e dei validi che solo di fronte alla politica locale riusciva a trovare consistenti aperture, proprio perché la politica è il mezzo di contrattazione di interessi economici diffusi e particolari: il giusto spazio in cui estendere la propria posizione. In questo senso, non era affatto una novità o una stranezza che spesso a decidere le candidature e le relative vittorie dei candidati sindaci fossero questi personaggi squallidi e padroni d’illegalità: un sistema che si teneva lontano da coinvolgimenti diretti nell’elezione del primo cittadino, ma che indirettamente, per mezzo della raccolta die consensi nelle sedi di quartiere e di circoscrizione grazie alla promozione di specifici candidati riusciva a portare alla vittoria i candidati al ruolo in Campidoglio desiderati; insomma un sistema davvero ben oliato e pratico, un vero gioiello come pochi e gestito da una ristretta oligarchia. renz

In tutti questi settori summenzionati Marino, facente fede al programma da lui promosso in campagna elettorale, e facoltoso della sua volontà di cambiamento ha provato a mettere mano azzerando vertici aziendali , chiudendo discariche (Malagrotta) oramai sottoposte a protocolli sanzionatori e ha portato all’abbattimento delle diffuse forme di abusivismo sulla riviera ostiense – per quanto quest’azione sia stata limitata a poche aree -, ma ha fatto di più di queste singole azioni e dell’elenco dei trenta provvedimenti facilmente reperibile online: ha provato a piegare un sistema corrotto fatto di consociativismo tra politica, malaffare, comunità locali minoritarie, micro-criminalità e comportamenti di inadempienza pubblica e di costante disservizio che da sempre orientano Roma nelle scelte politiche e di indirizzo e che da sempre limitano le possibilità di apprezzare la culla del globalismo e della grandezza storica.

Sociologicamente e storicamente questa è una caratteristica della gestione del potere e del territorio da parte della società romana, già ben prima di Alemanno e di Marino, ai tempi papali, Roma era governata da poteri forti, accordi di varia forma tra potere laico, religioso e di malaffare, e la gestione del patrimoni pubblico apparteneva a piccoli feudi del diritto inalienabile del corporativismo, non è una novità agli occhi delle memorie storiche della Roma antica, è solo un flusso sociale storico mai interrottosi nel corso dei secoli, ha cambiato solo forma, superando gli anacronismi ed adattandosi ai moderni contesti, sviluppando una resilienza che da sempre gli permette di sopravvivere.

Una resilienza che l’ha salvato anche dall’alieno Ignazio Marino, che gli ha permesso di combattere con armi becere, ma funzionali alla causa, questo emblema di cambiamento e questo “bastone tra le ruote” di sindaco che sin dalle primarie del 2012 ha sempre rappresentato un problema per quanto imprevedibile nelle gesta, da controllare e da abbattere. Marino si è insinuato tra i meccanismi di questo sistema ed ha provato a metterlo in crisi cambiando ove possibile le regole del gesto, ove non possibile, cambiando i dirigenti ed ove nessuna delle precedenti poteva arrivare richiedendo l’intervento della Magistratura e delle forze dell’ordine, e non è un caso che l’indagine capitolina “Mafia Capitale” sia nata e sia cresciuta proprio sotto i suoi vessilli e proprio grazie alla consegna degli atti pubblici eseguita da Marino a favore del magistrato PM Pignatore. Un sottobosco di illegalità di varie dimensioni, dalla micron alla macro, scrutato da una magistratura messa nella facoltà di esercitare il proprio ruolo che ha portato alla scoperta del dogma del noto sociologo Buzzi: «A Roma le persone se posson dividere in tre mondi: ce sta er mondo de sopra, fatto da i ricchi e da potenti, c’è stato il mondo de mezzo che deve resolvere i problemi pe’ il mondo de sopra e predisporre il contesto affinché se possano fa gli affari e poi c’è sta’ il mondo de mezzo, dove gli onesti e di disonesti se incontrano e manco lo sanno.», ecco più o meno è questo il modello romano, un modello che non fa una piega, etica e morale a parte. Beppe_Grillo_1

Ma quale etica e morale possono avere coloro che da mesi bombardano la fortezza Marino? Pletora di giornali, talk-show e programmi di inchiesta televisivi, giornalisti, ma non solo l’informazione, politici, delinquenti e anche cittadini qualunquisti ed opportunisti sempre pronti a riversarsi sul mainstream.

A Roma la politica è altamente divisa in micro correnti interne, specie il PD, tutte facenti capo ad un numero cospicuo di personaggi più o meno rilevanti, ma tutti impegnati a curare il proprio “orto”, affinché possa agguantare una fetta del potere romano. Tutte le correnti avevano un potere ben connotato e suddiviso, tranne i cosiddetti “Giovani Turchi”, facenti capo ad uno strano e poco conosciuto a livello nazionale Matteo Orfini. Ecco, con la pubblicità di “Mafia-Capitale” il mondo delle correnti PD crolla, e con esso gli interessi, azzerando tutte le cariche partitiche e avviando un’inchiesta interna: Orfini presiede tutto ciò. In poco tempo questa corrente politicamente nulla tenente si insinua nel mondo politico del PD e riempie quel vuoto di potere creatosi. Questo, però, non è mai stato digerito dalla precedente classe dirigente, ed inizierà una guerra interna che per la prima volta riuscirà ad accordare tutte le ex-correnti contro il nemico unico Marino.

A destra, invece, ciò che mai sarà digerito è l’aver portato quei registri al procuratore Pignatore ed aver tolto il coperchio al vaso di “Mafia-Capitale” dando il via ad un’inchiesta senza precedenti e portando ad una crisi senza precedenti dei poteri consociativi della destra nelle varie istituzioni, aziende partecipate e nei territori municipali. Un’inchiesta che creò un disagio immenso dato che anche qui le classi dirigenti si ritrovarono improvvisamente al centro di avvisi di garanzia, arresti e defraudamenti di potere, e che addirittura riesce a far riemergere dalle fogne i vari movimenti fascisti romani: da CasaPound, a Forza Nuova sino ai movimenti dalle spighe di grano con cui CasaPound cerca di vendersi ai più della plebe. Giornali

Rimangono i grillini, ancora privi di posizioni di potere perché inesperti, spesso incapaci, ma soprattutto in parte nuovi ai sistemi, su cui i Buzzi ed i Casamonica già puntavano gli occhi per le prossime elezioni – dato che Marino doveva per forza fare l’onesto e mettere “i bastioni tra le ruote”, ed i romani nonostante tutto l’apprezzavano, e dato che le destre s’erano oramai già giocate pure le facce nuove, ma loro di tutto questo poco sanno e poco si preoccupano, pensano solo a far mera propaganda elettorale cavalcando qualsiasi forma di “pancismo” popolare e provando a migliorare i sondaggi.

Ecco, in questo contesto Marino Ignazio poteva solo essere il “sassolino nella scarpa”, quello che dà fastidio e che difficilmente si riesce a togliere a patto di togliersi la scarpa stessa e sbatterla ripetutamente contro qualche superficie dura: con Marino è stato fatto tutto ciò, sbattuto nelle prime pagine per qualsiasi cosa succedesse a Roma ed accusato di qualsiasi cosa, pure della morte della formica in via del Nazareno. Un ingenuo in una folla di bestie e di viscidi, ecco cos’era questo sindaco dai trenta provvedimenti rivoluzionari, un uomo solo.

Solo, esattamente come la maggioranza ed il suo stesso partito hanno deciso di lasciarlo. Un PD nazionale che non ha mai mandato un sostegno od un rinforzo al suo unico baluardo in una landa di malfattori, lasciato a sé stesso ed alla balia degli scandali coltivati ad hoc da giornali di pessima qualità. Un presidente che da Palazzo Chigi telefona al suo generale Orfini per comunicare di distruggere definitivamente questo baluardo di speranza romana, una segreteria nazionale che dalla premiata ditta veltroniana al rinnovamento renziano ben si sono tenuti lontani dal provare a sostenere il loro compagno Ignazio, tutti, storia e passato l’hanno abbandonato purché si tornasse alla presunta normalità.

Marino rappresenta l’esempio dell’uomo onesto lasciato solo da tutti, ma soprattutto esposto a qualsiasi calunnia e che proprio per la sua volontà di mantenere fede alle dichiarazioni fatte in campagna elettorale, di rispettare il programma elettorale, di anteporre l’interesse collettivo e pubblico a qualsiasi interesse individuale, paga nella maniera meno dignitosa possibile, lasciandosi in balia di dimissioni con finestra, neanche lasciato libero di dimettersi dignitosamente, vittima di disinformazione, solitudine e calunnie di ogni tipo, ma soprattutto vittima di persone che sino a ventiquattro ore partecipano alla gogna pubblica nei suoi confronti ed ora pare abbiano trovato la retta via ergendosi ad estremi difensori, elogiandolo e gridando al lutto: ipocriti della peggiore specie, opportunisti e poser, equilibristi del consenso pubblico e del mainstream ecco chi sono i peggiori carnefici della caduta di Marino, ancor più di ogni altro boia prima citato. papa-avnt1

Ma nella conclusione di questo lungo articolo, vorrei riprendere un esempio riportato agli inizi, ossia quello di Caio Giulio Cesare. Egli combatté per quasi dieci anni nelle Gallie per costruirsi un consenso popolare solido che gli permettesse di raggiungere il Senato, tornò da vincitore, ma era uno straniero agli occhi di un’oligarchia ben consolidata e radicata, lui lo sapeva e loro lo sapevano, da abile politico qual era sfruttò tutte le armi a sua disposizione per poter promuovere il suo progetto politico, la trasformazione della sua Roma, e riuscì nell’impresa di raggiungere il livello di “dictator”, vinse i suoi avversari nelle Gallie e li vinse al Senato, ma mentre i primi erano semplici barbari dediti alla sola spada, i secondi erano abili manipolatori dediti ad una multicriterialità di armi. Nonostante questo, le armi migliori che l’oligarchia poté usare furono l’arte oratoria di Catone ed infine l’abbattimento fisico, con il tradimento del 44 a.C., anche ad opera di un certo Bruto.

Marino vive una vicenda simile per quanto completamente diversa: affrontò le primarie nel 2012 per costruirsi un profilo politico e raccogliere il consenso popolare, vinse i suoi avversari in questa campagna. Si presentò al Capitolino e vinse contro ogni aspettativa un’elezione che pareva essere già decisa da una oligarchia ben oliata. Iniziò a cambiare le regole, e diversamente da Cesare non ha finito con una morte fisica, per sua fortuna, ma con una politica e sempre in conseguenza di un tradimento, specie di quello del suo Bruto, il suo partito, il PD.

Roma perde l’occasione del suo cambiamento, perde l’occasione di riabilitarsi e soprattutto perde l’occasione di costruirsi un futuro. Perde Roma tutta, non la politica, ma anche i cittadini e la stampa locale e nazionale, che nel corso di questi due anni, dalla Panda rossa alle misere spese di rappresentata, tutte giustificate per scopo pubblico, hanno messo in croce l’unico barlume di luce per una città quasi avvolta dalle tenebre.

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Auguro a Marino di godersi serenamente questi giorni da non-sindaco, ed auguro al M5S e alle destre, così come a quei populisti approfittatori delle sinistre radicali, da Possibile a, soprattutto, SEL, di vincere le elezioni e governare questa città provando a fare meglio di questo sindaco e provando a combattere queste realtà e questi sistemi, sapendo già che sarà un finale al quanto improbabile e sapendo già che l’esito più probabile possa essere solo una nuova messa in scena dello spettacolo di Alemanno o un atto più tragico, perché dalle tragedie e dalla distruzione totale si può rinascere se un cospicuo numero di impavidi lo volesse sul serio, e questo cospicuo gruppo è mancato, spento dalle minacce e dalla «camorra dell’informazione», citando De Luca, che tutto hanno fatto pur di abbattere questo barlume di speranza di cui sopra.

Si raccoglie ciò che si semina, e nel 2013 i romani – con un quorum del 65,00% – decisero di seminare il progetto Marino, in due anni ha contributo al cambiamento ed alla trasparenza, dal suo primo atto di sottoporre al controllo della GdF i bilanci e le spese comunali, al suo ultimo atto di azzerare le dirigenze di ATAC e di AMA, ma nonostante questa cura della semina, alla fine lo status quo ha deciso di bruciare tutto, ed aspettare l’arrivo dell’ Attila di turno, ossia sé stessi.»