caneA qualcuno interessa ancora la verità?

Sembra una domanda banale ma non lo è. Craig Silverman, analista e media editor di BuzzFeedNews, ha pubblicato recentemente un articolo in cui evidenzia come, durante gli ultimi 3 mesi della campagna elettorale americana, le 20 notizie – ovviamente false e virali – che hanno avuto più condivisioni e “like” su Facebook hanno avuto un seguito maggiore rispetto ai 20 articoli più di successo dei veri siti di informazione. Una buona parte di quelle informazioni, false e create apposta per generare “traffico” di visualizzazioni, sono state riportate dai politici e da Trump stesso rendendole ancora più credibili. Si è creato così un circolo vizioso che ha portato visibilità e conseguentemente soldi a chi ha creato la notizia.

Potrebbe sembrare una casualità, un abile mossa di marketing di chi crea la notizia per soldi ma se anche il tuo candidato ti dice di informarti sui siti “alternativi” forse c’è qualcosa di più. Se poi il capo della tua campagna elettorale è anche direttore di un sito di informazione “alternativa”, tutto torna. E non mi sembra un bel segno.tzetze-fucina-cosa-07

Ma come mai le “fake news” hanno così successo? I motivi sono molteplici. Sicuramente la scarsa fiducia nei media e nelle fonti tradizionali di informazioni. Il loro modo di dare la notizia, di spiegarla alle persone non è rimasto al passo coi tempi. La velocità di fruizione dei nuovi media spesso va in contrasto con le esigenze di chiarezza della notizia. Non è un caso che i giornali cartacei soffrano di più rispetto alle testate online. Questo porta però ad una troppa semplificazione e, a volte, all’omissione delle parti considerate inutili. Altro motivo si può ricercare nel mix di ignoranza e pigrizia del cosiddetto “lettore medio”. Come già detto la fruizione online è veloce – se un articolo supera i 5 minuti di lettura quasi sicuramente verrà saltato o interrotto a metà – a volte si ferma addirittura solo sul titolo. Diversi studi inoltre hanno provato che in pochissimi cercano o leggono la fonte della notizia, preferiscono concentrarsi su pochi dettagli e foto. Alcuni si informano esclusivamente su Twitter i cui post sono lunghi al massimo 160 caratteri più una foto.

Proprio le immagini possono avere un ruolo fondamentale nella condivisione della notizia o non-notizia. Nella quasi totalità dei casi sono dei fotomontaggi (alcuni di dubbia qualità) o, nel caso vengano rappresentate delle persone “famose”, delle loro espressioni risibili. Ovviamente mi sto soffermando solamente sulle notizie di attualità, politica o società. Non entro nemmeno nelle notizie-appello riguardanti animali o situazioni patetiche. Voglio ricordare solo, per gusti squisitamente personali, la foto del “cane col volto bruciato da un incendio”. In realtà il muso dell’animale era coperto da una fetta di prosciutto.facebook

Ultimo elemento è spesso il nome del sito da cui vengono prodotte. Infatti è quasi sempre ricalcato sui nomi di testate vere (FattoQuotidaino, Corriere della Pera, La Rebubblica, Panorana, ecc… per rimanere in Italia) o cercano di dare un vago senso di “continuo aggiornamento”(Rubrica24, Ultim’ora 24 e ItaliaNotizie24,ecc…). In quasi tutti i casi vi è anche scritto che si tratta di siti satirici ma ovviamente molto in piccolo e sul fondo del sito stesso, in maniera comunque poco visibile.

Un caso diverso è quando i siti si propongono come siti di notizie alternative, quelle che nessuno “ti vuole dare”. Molto spesso sono legati a doppio filo con una corrente o movimento politico. Abbiamo già parlato di Breitbart per gli Usa e recentemente in Italia si è discusso (poco) dei siti TzeTze, la Cosa, la Fucina legati al Movimento 5 Stelle e alla Casaleggio Associati. Tutte queste pagine oltre a fare propaganda e a cercare di creare la notizia che possa generare indignazione, danno anche “consigli” su salute e vita quotidiana, propongono realtà alternative dei fatti storici, ripostano false notizie pescate in rete,ecc. Soprattutto però generano visualizzazioni e condivisioni portando a se stessi o a chi li gestisce soldi.

In ogni pagina visitata compare infatti una o più pubblicità, gestita autonomamente e con molta semplicità da compagnie apposite, la più famosa è AdSense di Google che vende direttamente lo spazio agli inserzionisti prendendosi una commissione. In linea di massima, più un annuncio è visto, cliccato e ovviamente condiviso, maggiori sono i ricavi per il proprietario del sito. Oltre ad AdSense viene utilizzato moltissimo anche Criteo che produce una forma ibrida di promozione, dando la possibilità al sito di mostrare in fondo alle pagine una serie di articoli “correlati”, che possono  rimandare ad altre pagine dello stesso sito, a contenuti promozionali o direttamente ai siti che fanno la pubblicità di un prodotto. Basta adattare il design del proprio sito e quello di queste sezioni e nemmeno sembra una pubblicità, con l’obiettivo di ingannare il lettore e aumentare le probabilità che visitino altre pagine. Aggiungiamoci un bel titolone “acchiappa-click”, una foto esplicativa (ma anche casuale) e benvenuti nel cosiddetto click-baiting.tzetze-fucina-cosa-06

Tutto questo per i soldi? Sì. Bisogna capire che non si parla solo di qualche decina di euro. Nel 2015 il Sole 24 Ore (quello vero) ha fatto un inchiesta sui ricavi di questi siti. Le pagine più lette e condivise possono arrivare a produrre un ricavo di 2000€. Questa cifra per un articolo, in un giorno. Considerate che di media ogni sito pubblica tra le 12 e 15 notizie giornaliere, con punte massime di 45 – 50. Non serve nemmeno una staff numeroso, bastano anche solo 2 persone che prendono articoli vari in rete e li ripubblicano cambiando titolo e qualche parola. A volte anche solo il titolo.

Questo sta già avendo conseguenze sui media ufficiali. Ingolositi dall’alto numero di visualizzazioni, sempre più testate “serie” riprendono e danno false notizie, a volte perfino nelle versioni cartacee. Non parliamo poi della televisione. Il suo sistema di sostentamento pubblicitario porta i programmi a cercare la rissa verbale e la “notiziona” per aumentare gli ascolti. Finisce così che si invita a parlare di immigrazione il personaggio di un canale parodistico di Youtube spacciandolo per “esperto”.

Il vero problema si ha con le persone che si informano solamente tramite questi canali. Per loro diventa impossibile distinguere cosa sia vero e cosa no perché non credono ad altre versioni. Illuminante in tal senso è una recente intervista fatta dalla CNN ad alcuni sostenitori di Trump. Queste persone sostenevano che in alcuni stati, tra cui la California, ci fossero stati delle votazioni illegali. Non solo, Obama lo avrebbe anche ammesso in diretta tv. Quando la giornalista ha chiesto loro dove avessero appreso questa storia, le han risposto Facebook. Peccato che, una volta ritrovata la notizia e letto tutto il testo, era diversa. Infatti c’era differenza tra titolo e corpo e Obama mai aveva detto una cosa del genere. Anche davanti all’evidenza però, i sostenitori non sono riusciti a credere alla giornalista.tzetze-fucina-cosa-13

Cosa possiamo fare per difenderci? Molto poco. Valgono le semplici regole del buon senso: informarsi sulla fonte, leggere molto, considerare diverse testate o portali. Tutto ciò però richiede del tempo e un po’ di pazienza. Chi deve agire presto e bene sono i vari portali come Facebook e Google. In tal senso si stanno già muovendo aumentando i controlli sui contenuti – sia internamente che delegando i lettori – e sulla loro veridicità. Però ci sono almeno due problemi: smontare una bufala richiede molto più tempo e competenze rispetto a crearla (la famosa teoria della “montagna di merda”) e il traffico generato da queste scemenze, produce visibilità e introiti anche per loro.

Inoltre se venissero cancellate tutte le false notizie, qualcuno griderebbe sicuramente alla censura e al complotto, innescando un nuovo circolo vizioso. E ci verrebbe anche tolto il sottile e triste piacere nello sbufalare quell’amico credulone per la quarta volta in un solo giorno.