Silence filmIl 12 gennaio è uscito nei cinema Silence, che potremmo in qualche modo definire la croce, la passione di Scorsese: una lavorazione durata trent’anni, tra ricerche di fondi e continui rimandi che infine ha trovato la sua realizzazione.
Silence è la storia di due preti portoghesi che nel 1600 si recano in Giappone per trovare e salvare il loro mentore, Padre Ferreira, che si vocifera abbia abiurato pubblicamente, rinnegando la fede cristiana adottando i costumi del luogo. I due giovani sbarcano in territorio nipponico, incontrando i devoti superstiti delle persecuzioni e la crudezza delle torture dell’inquisizione.
C’è stato un tempo in cui Martin Scorsese era entrato in seminario con l’obiettivo di diventare prete. Poi ad un certo punto ha abbandonato il colletto bianco, ha preso la telecamera in mano e ha deciso (grazie a Dio) di diventare uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Ora prendete tutta la sua filmografia, specie quella degli ultimi anni, e mettetela da parte. Silence è un film lungo, lento, impegnativo fisicamente e intellettualmente. Ma non per questo meno interessante rispetto ai precedenti. Dopo L’ultima tentazione di Cristo e Kundun Scorsese riprende il tema del cristianesimo e del buddhismo mettendoli in opposizione in un crudo confronto.
Silence è il film meno “scorsesiano” di tutti, ma allo stesso tempo il più intimo. Il regista di Taxi Driver mette da parte la droga, l’America e la violenza per affrontare senza misure il tema della fede, del fanatismo religioso, e dello scontro tra religioni.

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Il viaggio di padre Rodrigues in Giappone si trasforma in una vera e propria via Crucis: tra torture e preghiere il personaggio interpretato da Andrew Garfiled, che nell’aspetto assomiglia molto all’iconografia di Gesù Cristo (tanto da vederlo riflesso nell’acqua quando si specchia), condivide le pene del Messia, la sofferenza propria e dei propri ‘discepoli’, la persecuzione, la tortura e il mancato dialogo con il Padre celeste. Accompagnato dal Giuda di turno, che non perde occasione per abiurare, tradire e chiedere perdono, il viaggio del giovane prete diventa un’agonia scandita soprattutto dall’abbandono da parte di Dio. Il giovane prega, ma Dio non risponde. Non ci sono rumori, non c’è colonna sonora per tutto il film. Silenzio, perché Dio non c’è.
Negli anni ’80 Scorsese diresse L’ultima tentazione di Cristo, un film considerato da molti indecente e blasfemo, nel quale riuscì a raccontare in maniera esemplare la sofferenza di un uomo davanti alle prove che doveva affrontare per fede. Quell’uomo era Cristo in persona. Dopo trent’anni la storia continua, mostrandoci come invece agisce una persona qualunque davanti alla fede. Padre Rodriguez decide di condividere le sofferenze di Gesù Cristo diventando più un presuntuoso che un martire.

 

silence-00450-h_2016_0“Prega, ma prega con gli occhi aperti”, gli viene detto sul finale. Solo così è possibile comprendere quanto sia inutile soffrire e morire per la fede. Perché la religione, o meglio il fanatismo religioso, rende ciechi. Il viaggio di un uomo che crede egoisticamente di essere il prescelto per un nuovo martirio, che soffre, patisce fame sete freddo e pene corporali, giunge a compimento mettendolo davanti alla prova più difficile di tutte: rinnegare Dio per salvare l’uomo. “Compi un atto d’amore, tradisci Dio”. Dopotutto se Pietro non avesse rinnegato Cristo la Chiesa non sarebbe nata, se Giuda non lo avesse tradito il disegno di Dio non si sarebbe compiuto.

Scorsese sostiene che la fede vada oltre una bestemmia o a uno sputo sul crocifisso (tanto basta confessarsi per avere il perdono) perché la fede è qualcosa di privato, personale e intimo che ognuno è libero di coltivare nel modo che più ritiene opportuno, ma è nel silenzio che l’uomo può incontrare il divino. Quel silenzio che tanto viene maledetto e sofferto da padre Rodrigues è in realtà il luogo in cui poter trovare la risposte. Le parole portano all’integralismo, a una visione distorta del credo.
“Perché sorridete? Stiamo per morire?” dice il prete spaventato
“Ma noi vogliamo morire, ci hanno detto che dopo la morte andiamo in paradiso. Morire è bello”, risponde una prigioniera giapponese convertita al cristianesimo.

Silence film
Culturalmente parlando le religioni sono una ricchezza enorme, sono affascinanti e dentro ognuna di esse si possono trovare innumerevoli spunti di riflessione. Ma ci deve essere il rispetto. Non ci si può imporre sull’altro, non si può cercare di convertire il prossimo. Non si deve convertire il prossimo. È qui che sbagliano, tutti quanti. Il messaggio di Scorsese, che nonostante abbia abbandonato il seminario rimane un cattolico convinto, è chiaro. Dio è sia il padre di Gesù Cristo, sia colui che dà l’illuminazione al Buddah per raggiungere il Nirvana. Dio è colui che risorgerà alla fine dei tempi e allo stesso tempo il Sole che sorge ogni giorno. Dio è nelle altre persone, soprattutto in coloro che la pensando diversamente. La ricerca della conversione altrui è un inutile susseguirsi di indottrinamenti fini a sé stessi privi della reale conoscenza di ciò di cui si sta parlando. Ritenersi credenti migliori di altri porta all’autodistruzione. Ritenere una cultura superiore ad un’altra, porta allo scontro, al disastro. La fede va coltivata in silenzio, ed è solo nel silenzio che ognuno può, a suo modo, trovare la propria redenzione.
E’ un caso che questo film sia uscito in questi tempi, quando il tema dello scontro tra culture diverse a livello mondiale è più vivo che mai, quando l’imposizione delle tradizioni e l’odio per l’altro sono tematiche forti e sentite. E forse è proprio questa la potenza del cinema, la meraviglia di far sorgere, anche casualmente, le giuste domande nel giusto momento.