Quando lavori ad un capolavoro contemporaneo come “BoJack Horseman” – non importa se sei lo sceneggiatore o il ragazzo del caffè – qualunque altro lavoro nel medesimo ambito verrà, magari ingiustamente, paragonato al tuo precedente capolavoro. “Tuca & Bertie” non si esime da questo e infatti le aspettative per la nuova serie della casa di produzione Tornante, in esclusiva Netflix, erano alte.
Questa nuova serie animata con un target di pubblico adulto è stata creata da Lisa Hanawalt, producer di “BoJack Horseman” e, pur condividendo i personaggi animali antropomorfi (in prevalenza uccelli) e qualche altra piccola caratteristica di design, non deve essere considerata assolutamente uno spinoff. E’ una serie tv decisamente autonoma e con tante peculiarità.
I protagonisti sono Tuca, una femmina di tucano molto solare, vivace, infantile, e Bertie, una usignolo insicura, ansiosa e perfettina. Le due sono contrarie e complementari, le colonne l’una dell’altra, legate da una amicizia decennale. La storia si apre, però, sulla separazione tra le due: dopo anni di convivenza nello stesso appartamento Tuca si trasferisce per lasciare il posto a Speckle, il merlo americano fidanzato di Bertie. Questo innesca una serie di vicende (che non vi svelo) che porteranno le due (ma Speckle non è un semplice comprimario) a confrontarsi sul proprio passato, il futuro e la responsabilità che comporta diventare grandi.
Non c’è solo questo, ovviamente, ma vengono trattati anche temi molto complessi e profondi come la sessualità femminile, le molestie sul posto di lavoro, gli abusi nel periodo dell’infanzia, l’incertezza del futuro. Insomma, si ride (in alcuni momenti anche tanto) ma si riflette, come in “BoJack” ma non con la stessa intensità e forza.
Le protagoniste sono due donne molto sfaccettate e molto “contemporanee” anche se, a volte, escono fuori alcuni stereotipi un po’ troppo abusati dalla televisione. Così come è molto presente un messaggio femminista, figlio del tempo in cui viviamo. Su questo bisogna fare una precisazione: sarebbe stato molto facile fare una serie molto femminista andando a battere su quei cinque – sei capisaldi della lotta del movimento MeToo. “Tuca & Bertie”, però, rinuncia alla facilità e sceglie invece la complessità. Molte situazioni che sembrano inizialmente una critica in linea con le idee del movimento, svelano man mano che si evolvono molte altre sfaccettature. C’è la condanna degli atteggiamenti sbagliati dell’universo maschile ovviamente, ma la serie mostra anche come gli eccessi possano essere altrettanto sbagliati e controproducenti.
Lo stesso personaggio di Bertie sulle prime può sembrare un personaggio costruito a tavolino per parlare di certe tematiche ma, dopo aver finito di vedere tutte e dieci gli episodi, si riesce a capire nella sua interezza e drammaticità. Alcune sue reazioni che possono sembrare eccessive, sono invece logica conseguenza di alcuni episodi del suo passato. Su questo fronte, Tuca è un po’ più piatta e classica ma potrà essere sviluppata meglio nelle prossime stagioni.
Il personaggio di Speckle, invece, incarna la figura di quello che dovrebbe essere l’uomo adatto alla donna di oggi: comprensivo, protettivo, propositivo. E’ la roccia di Bertie, nonostante tutto, ma sa farsi valere quando serve ed è presente quando c’è più bisogno.
Seguono poi tutta una serie di comprimari e personaggi minori, quasi tutti animali antropomorfi ma anche (pochissimi) umani e alcuni particolari ibridi uomo-pianta abbastanza stranianti.
Un elemento che ho apprezzato molto è che la storia si evolve di puntata in puntata e tutti gli elementi che cambiano, vengono aggiunti o rimossi, portano a una situazione che non si resetta col finire dell’episodio. L’elemento comico è presente (la gag dello specchio “cattivo” è immensa) e, seppur con alti e bassi, mai troppo invasiva.
La serie ha sempre stile da vendere. Visivamente è uno spettacolo (a volte psichedelico), con diverse trovate molto interessanti e riuscite. Quasi tutti i flashback sono realizzati con tecniche grafiche diverse dal disegno animato, così come ci sono sequenze prettamente oniriche o ispirate dai videogame. In alcuni momenti ricorda l’immaginario di “BoJack Horseman”, in altre sembra preso da un murales di street art in movimento.
Nel complesso non raggiunge la perfezione di “BoJack Horseman” ma riesce nel difficile compito di distinguersi completamente dalla sua ingombrante ombra colpendo contemporaneamente i giusti tasti per far passare i suoi messaggi.