Lost-finaleIn molti tra di voi ricorderanno la sera del 24 Maggio 2010. Io ero a casa, seduto sul divano davanti a un televisore a tubo catodico con il cuore che batteva all’impazzata: stava per andare in onda l’ultimo episodio di Lost. Con il sostegno di diversi amici via sms in 160 caratteri non stavo semplicemente guardando gli ultimi minuti di un telefilm, ma stavo assistendo alla fine della mia adolescenza. Quell’adolescenza iniziata sei anni prima su Rai Due e interrotta ogni 15 minuti dalla pubblicità dello Chanteclair. Si quello schifo di Rai Due, perché lo streaming non esisteva ancora (e in ogni caso internet lo pagavi a consumo, con l’inconveniente che per connettersi era necessario staccare il telefono), mentre l’abbonamento a Sky era da borghesi.

Lost mi ha tenuto compagnia dai 14 ai 20 anni, una puntata a settimana per sei anni. E con le stagioni da venti puntate l’una un ciclo di episodi durava quasi quanto un anno scolastico. A quei tempi si campava così: o Lost o Centovetrine, non c’erano grandi alternative. Non esisteva la possibilità di scaricarlo, l’unico modo per vederlo era trovarsi a casa di qualcuno, ogni lunedì sera, accendere la tv e formulare teorie assurde durante gli intervalli pubblicitari. Se per qualche motivo non potevi guardare la puntata, oltre a essere uno sfigato (che cosa avevi di meglio da fare? Mica si usciva la sera in settimana all’epoca) non avevi modo di recuperarla se non quello di partire preventivamente e tentare di registrarla sul glorioso, panoramico e ultradefinito formato VHS. Era un appuntamento fisso ed è proprio durante questi momenti di raccoglimento e condivisione davanti al televisore che siamo cresciuti.

Abbiamo trascorso l’adolescenza osservando degli sconosciuti diventare amici con fatica e diffidenza. E, come se non fosse bastato Red e Toby a traumatizzarci a vita, abbiamo visto quell’amicizia conquistata con grandi difficoltà sgretolarsi facilmente. Siamo stati testimoni di sacrifici, risate, pianti, intrecci e storie d’amore, ma non quelle noiose alla Nicholas Sparks, quelle vere e reali: alla Al Bano e Romina per intenderci. Si perché l’immagine dell’amore, quello vero e potente non è quella di William e Kate che giocano con gli scoiattoli nel parco di Buckingham Palace, ma quello che passa attraverso difficoltà, litigi, delusioni e incomprensioni. Quelle stesse incomprensioni che stanno alla base dei rapporti genitori e figli: padri che sbagliano, figli che si isolano, madri che non vogliono bambini e donne che pur non potendo hanno un forte desiderio di maternità. Rapporti di affetto e di odio. È la vita, sono convinto che anche Piero e Alberto Angela abbiano avuto i loro momenti no tra una puntata di Ulisse e una di Quark.Dus4

Abbiamo capito che è nostro dovere lottare contro chi ci dice che ‘non possiamo farcela’, ma anche che dobbiamo maturare la consapevolezza che prima o poi dovremmo scendere a compromessi con i nostri limiti.

Davanti a quello schermo in 4:3 abbiamo capito che il passato non si può cambiare e che per quanto possa essere difficile nella vita non bisogna mai andare via, ma si deve sempre andare avanti. Possiamo prendere in mano la nostra vita, ognuno di noi è artefice del proprio destino, ma questo comporta anche l’accettare le conseguenze delle proprie azioni. Prima o poi tutti quanti dovremo fare i conti con le scelte che abbiamo fatto (qualcuno dica a Gasparri di riguardarsi la quinta stagione).

Lost è la storia di un gruppo di persone, talmente ossessionate dai loro problemi, da non rendersi conto che stanno trascorrendo insieme i momenti migliori della loro vita.

Ho spoilerato? Non importa. Se dopo sei anni dal finale non hai ancora visto Lost meriti ben di peggio di uno spoiler.

Da quell’occhio che si chiude e da quell’ultima scritta bianca su sfondo nero sono passati tanti anni e tante discussioni che non hanno ancora trovato pace. Il finale non è stato né bello né brutto, è stato l’unico finale possibile. E se milioni di spettatori sono arrivati a vedere l’ultima puntata è perché hanno provato qualcosa durante quel viaggio. Dopo tutto questo tempo una cosa è certa. Se non hai apprezzato Lost fai schifo, ma non esteriormente, fai proprio schifo nell’anima.

Si perché Lost andrebbe mostrato a scuola, in quanto non ha nulla da invidiare alla Divina Commedia. Andrebbe studiato nei centri di ricerca perché ad Einstein e Maxwell sarebbe piaciuto. Andrebbe commentato la domenica a messa dopo il Vangelo perché sono sicuro che se Gesù Cristo l’avesse visto ne avrebbe sicuramente parlato ai suoi discepoli.

lostLost non è stato un semplice prodotto di intrattenimento, è stata la metafora della nostra vita. Non è stata una serie tv, è stata un’esperienza, una riflessione in 114 puntante su quello che ci troviamo davanti ogni mattina quando ci alziamo dal letto. E oggi, che l’adolescenza l’ho passata da un po’ e le serie tv le guardo in alta definizione e senza l’interruzione pubblicitaria da parte di sgrassatori per i lavandini tutto è più chiaro.

È tutto quanto uno show. Uno show che va avanti quotidianamente, fatto di botole che si aprono, gracchianti telefonate a distanza, partite a Backgammon e canzoni degli Oasis. È una lotteria, che può essere vinta o persa. È un viaggio in aereo alla ricerca di una redenzione. È uno show che, proprio come Lost visto in quegli anni, va avanti senza spoiler, con qualche rumors, tante teorie e un sacco di domande. Uno show che prima o poi si concluderà con una palpebra che si abbassa. Se sarà un bel finale non ci è dato saperlo, ma dopotutto non ha importanza. L’ultima puntata è irrilevante, sono tutte quelle prima che devono essere emozionanti.