Quando annunciarono che Matt Groening – celebre creatore dei Simpsons e di Futurama – avrebbe realizzato una serie d’animazione per Netflix, i fan sono esplosi di gioia. Sarebbe stata una serie con un target adulto, totalmente indipendente dalle reti televisive e quindi le potenzialità per un qualcosa di completamente dissacrante e anarchico erano elevate.

Poi uscì la notizia che sarebbe stata una serie ambientata in un medioevo fantasy, una sorta di mix tra Simpsons, Futurama e Games of Thrones e le fan base esplosero nuovamente. Si arrivò a dire che sarebbe stata LA serie d’animazione migliore di sempre, che avrebbe alzato l’asticella così in alto da rendere tutte le altre serie d’animazione uscite recentemente spazzatura.

Quando si seppe che ci sarebbe stata una protagonista femminile nel ruolo di principessa sgraziata, rude e caciarona, venne eletta preventivamente a simbolo generazionale, femminista e queer. Anzi, ricordo distintamente di come uscirono online articoli che dicevano, senza che nemmeno un secondo della serie fosse mai stato visto, che la Disney doveva imparare da Groening come si tratteggiano e caratterizzano i personaggi femminili.

Questa premessa è doverosa per poter inquadrare il contesto in cui questa serie è finalmente uscita poco dopo la metà di Agosto.

Le aspettative erano immense. Puntualmente sono state disattese.

Prima di iniziare qualsiasi discorso bisogna fare un “disclaimer” e una precisazione. Di solito scrivo cercando di non fare nessun spoiler. Principio che detesto ma al quale mi attengo per non urtare la sensibilità di chi legge. In questo caso alcuni spoiler minori li farò necessariamente. Poca roba ma ci sono, un po’ come nella sigla di ogni puntata, sempre diversa e che con l’uso di silhouette “spoilera” alcune delle situazioni della puntata.

La precisazione è che la serie è divisa in due parti da 10 episodi. Quelli usciti sono i primi dieci e quindi il giudizio è su una serie non completa. Lo dico perché c’è un po’ di confusione a riguardo e trovo scorretto valutare questi 10 episodi come una serie a se stante.

Disincanto è una serie che funziona abbastanza ma che non riesce minimamente ad essere all’altezza delle aspettative. Aspettative che, come già detto, erano probabilmente inarrivabili a causa dell’amore dei fan verso il talento di Groening. Disincanto non fa ridere come ci si aspettava, anche se personalmente mi ha strappato qualche bella risata (ma dipende dal proprio senso dell’umorismo). Però questa serie non fa nemmeno pensare troppo o ti tira pugni nello stomaco come altre serie molto apprezzate e di successo.

Le scene sono sempre abbastanza veloci ma non bastano a evitare di renderla nel complesso abbastanza lenta. Si inizia con una puntata da 40 minuti che serve a introdurre un po’ di personaggi e di contesto ma il cui minutaggio sopra la media la rende un po’ pesante. La situazione migliora con le puntate dopo, tutte da circa 20 minuti. Le puntate sono collegate tra loro non solo da richiami di luoghi e personaggi ma capita anche che la storia che inizia in una puntata si concluda in quella successiva. I personaggi e alcuni elementi ricorrenti vedono poi la loro risoluzione negli ultimi due episodi.

Questi, infatti, segnano un deciso aumento di ritmo e di “livello”: ci sono i primi veri colpi di scena, la storia si fa più intrigante e ricca di avvenimenti. Forse troppo ricchi, tant’è che sembrano quasi sbrigativi. Inoltre può risultare un po’ straniante il fatto che non ci sia una fine. Le azioni si interrompono senza un vero cliffhanger e un po’ in media res. Come già detto è solo la prima parte di una stagione da 20 episodi e quindi ci può stare.

La storia alterna momenti divertenti a momenti un po’ piatti e telefonati, con nel mezzo battute comiche e situazioni tipiche della comicità di Groening, senza però raggiungere il suo apice. Il regno di Dreamland è ben caratterizzato, una Springfield medioevale con elementi fantasy e realistici mescolati insieme.

I personaggi, e spesso il loro desing, sono tanti e purtroppo non tutti eccelsi o particolarmente ispirati. La protagonista Bean – ma il suo vero nome sarebbe Tiabeanie Mariabeanie De La Rochambeaux Drunkowitz, spesso chiamata semplicemente Tiabeanie dai suoi migliori amici e peggiori nemici – è un’adolescente che odia la sua disfunzionale famiglia, allevata senza madre e da un burbero padre, re Zøg, cresciuta per i vicoli malfamati della città e soprattutto dentro i suoi peggiori pub. Non è solo l’anti principessa che tutti si aspettavano, è una ragazza alcolizzata, che non disdegna le droghe, le risse e che spesso fa di tutto per rovinare la vita sua e di chi le sta accanto. Compito che in realtà avrebbe il demone Luci, forse uno dei primi coprotagonisti ad essere totalmente malvagio dall’inizio alla fine. Anche quando fa qualcosa che parrebbe di supporto, in realtà è solo per danneggiare qualcun’ altro.

A fargli da contraltare in senso positivo c’è Elfo (di nome e di fatto), docile e ingenua creatura del bosco degli Elfi, che si ritrova in una realtà molto dura e che infatti lo respinge in ogni occasione. Questo sgangherato trio è il protagonista di praticamente tutte le vicende. Intorno a loro girano diversi altri personaggi: il re Zøg, uno dei più ispirati e divertenti, il mago Sorcerio, Pendergast e i suoi cavalieri e il primo ministro Odval. Molto piatti e banali risultano invece la regina Oona, seconda moglie di Zøg, il loro inetto figlio Derek e tutta una serie di piccoli comprimari. Questa incostante qualità di personaggi e battute, sul lungo periodo purtroppo abbassa la qualità media di tutta la serie.

Nel complesso è una serie senza infamia e senza lode che però paga, forse eccessivamente, il fatto di essere una serie di Matt Groening, dal quale ci si aspetta solo eccellenza. Vedremo cosa ci riserveranno i prossimi 10 episodi e se sapranno risollevare tutta la stagione.

Una piccola nota a margine: il fatto che la serie sia uscita a metà agosto ha fatto sì che le magagne della “critica” venissero a galla. Molte delle recensioni sono basate sulle prime due puntate (forse le più fiacche), altre, invece, sembrano basate sul sentito dire e non sono nemmeno convinto che i recensori abbiano visto realmente questa serie.

Ho letto alcuni paragoni molto azzardati (ma davvero tanto) tra personaggi di Disincanto e altre serie di Groening, come ad esempio di Bart Simpson e Elfo o Sorcerio e il prof. Farnsworth. Non solo il desing è diverso, pure tutto il resto! Allo stesso tempo, alcuni portali molto legati ad una certa cultura “nerd” hanno quasi avuto paura ad attaccare (che poi capirai che attacco) la nuova creatura di Groening.

La serie è purtroppo mediocre ma allo stesso tempo è incompleta. Non muore nessuno se chi scrive dice cosa pensa, il sacro totem Groening continuerà la sua vita sereno. Parlarne bene a prescindere, invece, influenza il pubblico in maniera disonesta e lo spinge verso quella acriticità che poi tanto si critica.