Quando si realizza una stagione che ottiene un buon successo di critica e pubblico è difficile fare un seguito. La “stagione due” è spesso più deludente o al massimo di pari livello. Le eccezioni ci sono ma sono rare. Dear white people vol.2, invece, riesce dove molti altri hanno fallito e ci riesce con stile, idee e palle d’acciaio.
E’ un seguito diretto, la storia incomincia dove era finita l’ultima puntata della stagione precendente. I temi, i personaggi e le situazioni vengono ripresi e approfonditi partendo proprio dagli sconvolgimenti delle ultime due puntate. Nonostante ci fossero tutti gli elementi per poter continuare sulla riga tracciata dai primi 10 episodi, gli sceneggiatori se ne fottono e osano. Osano sempre, in tutte le puntate. Osano con il tema principale, il razzismo, mostrato di nuovo in molte delle sue sfaccettature, anche quelle meno scontate e più controverse. Osano, e tanto viste le pesanti critiche ricevute dopo la pubblicazione della prima stagione, quando si divertono a mostrare in maniera stereotipata e caricaturale i personaggi bianchi, proprio allo stesso modo in cui nelle altre serie vengono trattati i personaggi di colore. E non ne fanno un mistero, lo dicono esplicitamente per bocca di un personaggio. Osano anche con gli altri temi della serie: la sessualità, le fake news e i troll di internet, le aspettative familiari, le scelte che ti cambiano la vita, ecc. Ci sono anche almeno altri due sott-temi ma che, essendo spoiler, tralascio. Osano con alcuni personaggi mostrando un loro totale cambiamento ma sempre motivandolo molto bene, disinnescando quel tipico straniamento che spesso si ha davanti a un personaggio che cambia a 360° la sua personalità nel giro di pochi mesi. Scelta saggia e consapevole del medium utilizzato poichè venti puntate da 20-25 minuti l’una si possono vedere tranquillamente in un weekend.
La serie osa anche dal punto di vista tecnico, pur rimanendo fedele al suo principio di semplicità assoluta e filtri saturi. Quasi tutti gli episodi sono diretti da persone diverse e in effetti lo stile di regia è sempre “simile ma diverso” per ogni episodio. Unica eccezione l’inquadratura finale di ogni episodio che è sempre uguale (ma c’è un motivo). Anche qua torniamo al discorso dell’osare: non ci sono mai guizzi particolari ma tutto è sempre molto studiato, rapportato alla prima serie e in qualche modo approfondito. Il momento che personalmente ho trovato maggiormente degno di nota è un piano sequenza durante una discussione tra due personaggi, che si interrompe per ben due volte. Scelta che molti considereranno folle e che io invece ho trovato coraggiosa.
Quello che però mi ha entusiasmato è stato il continuo giocare con lo spettatore e con se stessa. Se la prima serie partiva con un tono scanzonato per diventare sempre più serio, questo secondo volume parte serio per diventare drammatico. Se la prima stagione aveva avuto delle critiche su alcuni aspetti come i tanti stereotipi, la bellezza degli attori che fa sembrare la scuola piena di modelli, personaggi piatti e che non invecchiano, questa stagione ci scherza su. Letteralmente. Addirittura facendo rispondere in prima persona i personaggi alle critiche. Ne è un esempio un ragazzo che arriva per la prima volta nell’edificio dove abitano i protagonisti e chiede perché lui è l’unico che è vestito da studente mentre loro sembrano usciti da una sfilata di moda.
Sembra banale ma in realtà ha uno scopo perché rafforza l’idea, trasversale nelle due stagioni, che bisogna prendere i propri punti deboli e farne punti di forza. O almeno non farsi abbattere da loro.
Ciliegina sulla torta* – di nuovo il concetto di osare – utilizzare l’attrice Tessa Thompson (protagonista del film da cui questa serie è tratta) per interpretare un personaggio che è il contrario della protagonista della serie, in un altissimo momento metatelevisivo. Non solo: le è riservato un dialogo con la “nuova vecchia se stessa” che è illuminante e che offre contemporaneamente 3 livelli di lettura. Non male per una serie hipster su dei ragazzotti borghesi.
Con questa serie Netflix si dimostra ancora in grado di sfornare un piccolo gioiello, creato apposta per il binge watching e che non rinuncia alla sua forte personalità. Trattare il tema del razzismo in modo così genuino e al contempo così piacevolmente televisivo, non è facile. Questa serie, però, è un inno al coraggio: coraggio di osare, di fare scelte difficili, di guardarsi dentro, di cambiare se necessario.

*In realtà le ciliegine sono due. Oltre alla già citata Tessa Thompson, compare anche un secondo attore famoso con un colpo di scena sottile quanto bellissimo che non posso rivelare perché spoiler nonostante sia incredibilmente logico.