Il 2019 si sta rivelando un anno incredibilmente in salute per la serialità televisiva. Tralasciando alcune serie che sono terminate o termineranno, vedi ad esempio “Game of Thrones” e “Gotham”, in questi primi sei mesi ci sono state delle vere e proprie perle come non se ne vedevano da tempo.

Rimanendo in zona HBO, famosa e pluripremiata azienda televisiva Americana, non si può non citare “Chernobyl” miniserie di 6 puntate che ha fatto letteralmente impazzire critica e pubblico. Uscita nei mesi scorsi in Usa e adesso portata anche in Italia (su Sky), la serie parla, manco a dirlo, del disastro nucleare del 1986 di Chernobyl. Lo fa senza tanta retorica e con una messa in scena davvero potente e una prova attoriale corale notevole. Il veroprotagonista è il disastro e le persone coinvolte in esso, sia dall’alto della loro sufficienza sia nella loro miseria di persone coinvolte forzatamente da un evento di tale portata. Gli autori hanno cercato di rendere al meglio, riuscendoci, un forte senso di verosimiglianza: attori, luoghi, atmosfere sono state rese con dovizia di particolari. Addirittura alcune parti, considerate troppo forti per la televisione, sono state tagliate nonostante fossero successe realmente. E’ però una serie che colpisce duro, che opprime e che vuole mandare un messaggio molto contemporaneo sull’ambiente e sull’uomo che spesso crea situazioni potenzialmente letali per tutta l’umanità.

Anche Netflix non è stata da meno e a fine Maggio ha messo in catalogo “When they see us”, miniserie drammatica in 4 puntate che ripercorre una incredibile (e scandalosa) vicenda realmente avvenuta. Ambientata nella New York del 1989, la storia parla di 5 ragazzi di colore che vennero accusati ingiustamente di aggressione e stupro nei confronti di una giovane donna che correva a Central Park. La polizia, che voleva chiudere velocemente il caso, creò ad arte delle prove ed ottenne delle confessioni con la forza. Durante il processo vennero fuori diverse prove che li scagionavano ma il sistema giudiziario americano (e l’opinione pubblica) li aveva già ritenuti colpevoli. Solo molti anni dopo la verità venne a galla. Come per “Chernobyl” anche questa serie racconta un fatto del passato per parlare del presente e di come il razzismo incancrenito nella società americana non sia mai scemato. Non solo: contemporaneamente attacca anche il sistema giudiziario e la polizia di allora come di oggi. La serie è stata assolutamente acclamata un po’ da tutti ma è stata al centro anche di alcune polemiche per via di spezzoni televisivi originali in cui si vedono persone più o meno famose (tra cui un giovane Trump) chiedere pene esemplari per i giovani.

Lasciando gli Stati Uniti e spostandoci in Inghilterra non si può fare una menzione d’onore per due “seconde stagioni” di serie, entrambe di BBC,di livello assoluto: “Killing Eve” e “Fleabag”. Della prima ne abbiamo già scritto nelle nostre pagine in occasione della prima strabiliante stagione. La seconda si mantiene sugli stessi altissimi livelli per tutti gli aspetti possibili: recitazione, messa in scena, fotografia, trama, personaggi,ecc.

“Fleabag” , invece, è tratta da una opera teatrale (scritta e diretta dalla stessa interprete della serie televisiva) e parla della vita di una donna londinese e delle sue vicessitudini romantiche e lavorative. Seppur dalla sinossi può sembrare una storia banale, la serie è un dramedy (una commedia drammatica) molto riuscita che ha nell’interpretazione della sua protagonista la sua punta estrema di eccellenza. Tratta poi il mondo femminile con molta onestà e senza troppi fronzoli fantasiosi o edulcorati. Non a caso il personaggio principale è divenuto in breve tempo una icona femminista.

Queste quattro serie sono forse la punta massima della serialità mainstream. Però, a mio avviso, ci sono state due vere perle che sarebbe un peccato non scoprire e vedere.

Una è senz’altro l’adattamento televisivo del film indipendente neozelandese del 2014 “What we do in the shadows”. Film minore (nonostante i molti premi) ma che ha fatto conoscere al mondo quel Taika Waititi che è poi approdato alla Marvel e alla Disney. La serie riprende molto il film e soprattuttolo stile da mockumentary (finto documentario) comico con 10 puntate da 20 minuti l’unae segue la vita di tre vampiri che vivono da tempo a Staten Island a New York. Tutto l’immaginario vampiresco classico e moderno è ripreso e deriso in un modo perfetto. Non c’è davvero nessun aspetto, nemmeno quelli più piccoli ad appannaggio dei soli “esperti” di vampirismo, che non venga utilizzato in maniera comica ma funzionale alla storia. Raramente mi sono trovato a ridere così di gusto per una serie televisiva. I tre protagonisti sono magnifici: dai vestiti goth retrò all’accento europeo (di tre diverse zone!), alle situazioni in cui si cacciano. Così come i comprimari (un “vampiro psichico” che metterà in dubbio le vostre certezze su quanto sia un personaggio di fantasia e il “famiglio” Guillermo) e la ricostruzione della loro decadente casa old style nella contemporanea New York. Semplicemente deliziosa e perfetta in tutto.

In tutto questo “bendiddio” televisivo, c’è però una serie che ritengo sia stata la migliore di tutte. Una serie molto piccolina, anche qua parliamo di 10 puntate da 20 minuti ciascuna, uscita con pochi clamori ma che ha un livello di scrittura immensa. Si tratta di “Black Monday”, serie che parla di un gruppo di trading di Wall Street durante il 1986 e 1987 fino al famigerato 19 ottobre (chiamato appunto “Black Monday”) in cui il mercato azionario americano crollò causando perdite per miliardi di dollari. Il setting è ovviamente la Manhattan anni ‘80 fatta di banche, trading, soldi e cocaina in cui muovono diversi personaggi incredibili e molto divertenti. E’ tutto scritto benissimo: la storia, molto divertente e per nulla banale,non risparmia colpi di scena assoluti (ne ho contati almeno due in ogni episodio), i personaggi sono tra i più brillanti e divertenti mai visti da lungo tempo (il protagonista è un Don Cheadle in versione afro da urlo)e i dialoghi (da ascoltare rigorosamente in inglese) sono degni del miglior Sorkin e/o Moffat. A memoria non ricordo un concentrato di così tanti aspetti di così alta qualità in una serie così breve. Davvero, un milione di stelle su dieci!

Se non avete visto nulla di queste serie sopracitate e vi piace la serialità televisiva dovete assolutamente andare a recuperarle. Fidatevi, non ve ne pentirete.