C’era molta attesa per questa serie originale di Amazon Prime Video, il budget speso per realizzarla importante, due protagonisti famosi, una tematica “calda” e attuale, ecc. Nelle intenzioni di Amazon voleva essere la serie giusta per iniziare l’autunno (anche se è uscita a fine estate), il periodo in cui riprendono alla grande le produzioni seriali televisive e ricomincia la battaglia tra Amazon stessa, Netflix, HBO, ecc. Quest’anno poi si aggiungerà anche Disney e, più avanti, Apple.

Peccato che Carnival Row sia un mezzo passo falso o meglio, una serie discreta ma che poteva tranquillamente essere di più.

La storia narra le vicende di Rycroft Philostrate (interpretato da Orlando Bloom in buona forma), un ispettore della gendarmeria di Burgue ed ex militare dell’esercito. Lo sfondo della serie è proprio la cittadina umana di Burgue e più specificatamente la Carnival Row, una strada intorno alla quale si è sviluppato un quartiere abitato da esseri fatati di varia origine e dimensione. Infatti il mondo di quest’opera è popolato, oltre che da esseri umani, da diverse creature derivative di diverse tipologie di fantasy: ci sono i Puck che ricordano i satiri greci, i Pix che sono le abbastanza classiche fatine (ma dalle dimensioni di una persona media e di sesso sia maschile che femminile), i Centauri (che però vediamo solo di sfuggita). Questi esseri si sono dovuti trasferire forzatamente dalle loro terre di origine a causa di una guerra tra Burgue e il “Patto”, una fazione nemica che non ci viene praticamente mai spiegata. Sappiamo che esiste, ne vediamo alcuni soldati, intuiamo che sono “cattivi” ma nulla di più. Anche le motivazioni della guerra sono molto vaghe, si fa riferimento solo alla voglia di conquista ma con motivazioni quasi inesistenti.

In ogni caso la guerra sembra finita, le terre delle creature fantastiche devastate e i poveri abitanti costretti a vivere ai margini della società umana con tutte le conseguenze del caso: razzismo, sospetto, discriminazione, povertà, rabbia sociale pronta ad esplodere.

Philo si trova coinvolto ad indagare su di una serie di omicidi tanto brutali quanto insoliti che rischiano di esacerbare una situazione di per sé già al limite. Come se non bastasse arriva anche la Pix Vignette (interpretata da Cara Delavingne meno peggio del solito), sua ex amante/fidanzata che lui non ha mai dimenticato ma ha dovuto lasciare per motivi più o meno fondati. Attraverso Vignette vediamo come nel sottobosco dell’umanità varia della Carnival Row, gli esseri fatati siano costretti a umili lavori facendo i servi o prostituendosi o ad agire nell’illegalità.

Le prime puntate sono abbastanza interessanti ma, appunto, ci mostrano solo una parte di questo mondo immaginario, esteticamente molto bello nei suoi richiami alla Londra vittoriana e allo steampunk. Veniamo ingolositi a scoprirne di più (e il materiale ci sarebbe pure) ma purtroppo si rimane un po’ delusi. La travagliata storia d’amore tra Philo e Vignette prende il sopravvento (per poi scemare improvvisamente) e alcuni spunti interessanti vengono abbandonati. Anche la trama principale che sulle prime ricorda molto l’avvincente storia di Jack lo Squartatore diventa troppo velocemente dramma familiare perdendo molto mordente.

Il tema principale del razzismo e dell’immigrazione forzata è invece onnipresente in tutte le puntate. Il messaggio è preciso così come il parallelo alla situazione politica e sociale europea e americana. In diversi momenti è così palese da sembrare un documentario in costume, creando un effetto abbastanza straniante. Per quanto le intenzioni siano alte e condivisibili, il problema è che l’argomento viene trattato in modo molto banale e terra terra, col rischio di annoiare più che far riflettere.

Le poche scene in cui ci viene mostrato il lato politico di questo mondo, con tanto di sedute parlamentari all’inglese, sono quasi una copia diretta di discorsi che si sentono tutti i giorni al telegiornale con richiami anche diretti alla politica di Trump o dei vari populisti europei. Addirittura c’è un palese richiamo all’ideologia di Steve Bannon con praticamente il suo folle manifesto da cattivo di Batman riportato 1 a 1.

L’unico spunto un po’ più interessante è la storia tra il ricco Puck Agreus e la sua vicina di casa, la ricca Imogen. Anche qua, nulla di nuovo con la solita storia tra nemici che diventano amici superando le diffidenze, ma almeno vediamo una progressione nella storia dei personaggi, succede qualcosa.

Come dicevo prima è un peccato che la serie non osi di più o non abbia battuto maggiormente su qualche aspetto lasciato troppo vago o reso troppo semplicisticamente. Il mondo è assolutamente evocativo e si presta benissimo ad essere sviluppato maggiormente, cosa che spero accadrà nelle prossime stagioni. Certo, il finale di questa prima stagione non lascia presagire granchè e il rischio di vedere nuovamente roba trita e ritrita è assolutamente alto.

Una prima stagione che in tanti attendevano e che non si è rivelata all’altezza delle aspettative ma che potrebbe essere un primo passo verso qualcosa di buono o anche molto buono. Tutto dipenderà se gli sceneggiatori vorranno spingere sull’acceleratore e rendere più intrigante le storie dei vari personaggi.