Soggetto di puntata e sceneggiatura di Edoardo Barbini

Angela era di quelle anziane che suscitavano negli altri il timore di romperle solo guardandole. Magrissima, bassina in parte grazie anche alla gobba cresciuta negli anni e lunghe dita venosa che tremavano quando usavano gli utensili da cucina ma non quando imbracciavano i ferri per cucire. Aveva già superato da alcuni anni l’ottantesimo compleanno e ciò lo si poteva notare anche dai capelli, sempre più radi ma accuratamente sistemati per dare l’impressione di una piccola nuvola color panna sulla nuca.

Vedova da parecchi anni, viveva da sola in un piccolo appartamento in una zona tranquilla della città. Il viale alberato davanti all’ingresso e i suoi cespugli di rose davano un’aria più naturale al circondario, ridotto altrimenti ad una mera giungla di asfalto e cemento. Inoltre quel neo verde ricordava ad Angela la sua infanzia vissuta nelle campagne poco lontane, in quelli che lei stessa soleva ricordare come “i bei vecchi tempi”.

A vent’anni aveva conosciuto colui che in seguito sarebbe diventato suo marito, Giuseppe detto Gepe. Era ancora il tempo in cui l’amore era qualcosa di più freddo ma paradossalmente più solido, capace di resistere per anni e anni cercando di aggiustare ciò che si rompeva senza abbandonare le speranze alla prima difficoltà. È anche vero che Tinder non esisteva ancora.

Gepe era un buon uomo, un contadino che sapeva far fruttare bene i suoi campi per poter fare una vita dignitosa. Una vita passata chinato a baciare la nuda terra lo portò nel tempo ad avere diversi problemi alla schiena, problemi che si aggravarono con il tempo diventando reumatismi, poi lunghi pomeriggi passati sulla poltrona, poi sul letto e poi la morte.

Angela era ovviamente rimasta molto dispiaciuta per la prematura scomparsa del marito che le aveva permesso di vivere una vita sommato agiata e che l’aveva aiutata ad avere tre figli, un maschio e una femmina. Il maschio, primogenito di nome Marco, aveva poi preso le redini della campagna del padre defunto e le due figlie si erano trasferite in città per lavoro.

La cosa bella dei tempi è che cambiano sempre, la fregatura è che non siamo sempre disposti a cambiare. La vita di Angela venne stravolta quando si trovò costretta a raggiungere una delle due figlie, Maria, in città. Marco aveva deciso di non sposarsi perché a suo dire pagava la metà e si divertiva il doppio mentre invece Maria si era sposata con un ragazzo del suo stesso ufficio di lavoro. Gli anni di lavoro in campagna iniziavano a gravare sulla schiena di Angela e la soluzione migliore era trasferirsi nel suo attuale piccolo appartamento di nobile periferia.

Insieme all’anziana signora arrivò anche una brutta notizia nella famiglia di Maria. Dopo diversi esami, il marito si confermò sterile e l’obiettivo di avere un figlio corse il rischio di svanire nella tristezza generale. In realtà le sfortune hanno il merito di mostrare le cose da un punto di vista differente rispetto a quando va tutto bene e così Maria e suo marito decisero di optare per una adozione. Avevano anche valutato l’ipotesi di ricorrere alla banca del seme ma con un ragionamento più attento capirono che non aveva molto senso mettere al mondo un bambino quando molti altri erano già presenti su questa Terra senza un genitore.

La coppia non si fece spaventare dalla mole mastodontica di fogli da compilare e dalla burocrazia labirintica delle adozioni e alla fine coronarono felicemente il loro sogno genitoriale.

Certo fu una sorpresa per Angela che tanto si compiaceva dell’avere un nipotino, mai più avrebbe immaginato di veder varcare la sua porta nel fatidico giorno in cui avrebbe visto colui che l’avrebbe chiamata nonna Enrico, un bimbo di quattro anni dalla pelle scura come l’ebano.

Le uniche persone di colore che Angela aveva visto in tutti quegli anni erano etichettati come poveracci o assassini dalla televisione e il primo impatto con il piccolo Enrico fu strano per lei, come un bambino che chiede un cagnolino e si ritrova tra le braccia un opossum. E non tacciatemi di razzismo a questo punto, gli opossum sono carini e sapete bene che nell’ultimo periodo le persone di colore sono state chiamate con nomi di gran lunga peggiori di opossum.

Bastò poco ai due per innamorarsi uno dall’altro. I primi anni Angela si occupò molto di Enrico per permettere ai genitori di lavorare senza preoccupazioni. Con l’inizio delle elementari, la casa della nonna diventò per il bimbo una tappa fissa dopo le lezioni dove poter pranzare, giocare, fare i compiti sotto l’orgoglioso sguardo analfabeta di Angela e poter godere di quel meraviglioso odore che hanno tutte le case degli anziani.

Man mano che gli anni passavano ed Enrico cresceva, anche il legame cresceva con loro e diventava sempre più forte.

Gli anni delle medie e delle superiori volarono per Angela e in men che non si dica il nipote si presentò alla porta della nonna in giacca e cravatta con un contratto da stagista semestrale in mano. Tanto la vita di Enrico era mutata nel corso degli anni, com’è giusto che accada per un giovane pieno di belle speranze, tanto invece quella di Angela era stata la stessa in tutte quelle stagioni. Sempre gli stessi pranzi, sempre gli stessi canali televisivi, sempre le stesse abitudini, il mondo cambiava ma l’anziana sopravviveva nella sua bolla fatta di quotidianità.

Di tutte quelle abitudini, quella che Enrico preferiva era ovviamente l’appuntamento fisso a pranzo dalla nonna.

Fortunatamente ad Angela piaceva cucinare e ancora di più le piaceva soddisfare il grande appetito del nipote. Quel tardo pomeriggio di dicembre la nonna uscì di casa e si diresse verso il suo supermercato di fiducia a pochi passi da casa sua per comprare il necessario per il pranzo del giorno successivo.
I suoi ottanta anni e rotti si mostravano sempre nei momenti meno opportuni, come l’avere male un braccio mentre trasportava una pentola o come il dimenticare a casa la lista della spesa pur avendola fatta solo pochi minuti prima.

Così Angela si ritrovò nel mezzo delle corsie senza ricordare cosa dovesse comprare e questa insicurezza venne subito notata da un ragazzo vicino a lei, vestito sgargiantemente ma di tutto punto. Non si presentò nemmeno e una volta studiato dettagliatamente il volantino delle offerte insieme alla signora anziana iniziò a cercare qualcosa su cui scrivere il nuovo piano di spesa. Chiesero alle casse ma erano troppo occupate a gestire un fiume di persone, così il ragazzo tirò fuori dalla tasca della sua giacca colorata quella che ad Angela sembrò semplicemente un foglio accartocciato e iniziò a scrivere dal lato non utilizzato della carta.

In questo modo Angela riuscì non solo a portare a termine la sua missione culinaria, ma grazie all’aiuto del ragazzo riuscì anche a portare a casa molti altri prodotti in offerta che non aveva notato sul volantino delle offerte e che dunque nemmeno si era chiesta se ne avesse bisogno. Il deus ex machina vestito sgargiantemente sparì di fretta dopo averla aiutata, lasciando ad Angela solo la magra soddisfazione di un ringraziamento a voce e una volta a casa la signora si accorse di essersi tenuta il foglio sul quale era stata improvvisata la nuova lista della spesa.

Decise di riposarsi qualche minuto sulla sua poltrona preferita e ne approfittò per osservare quel foglio di carta tanto martoriato. Dal lato opposto rispetto alla lista della spesa, in mezzo a modifiche, cancellatura e scarabocchi Angela ebbe modo di leggere alcune delle parole più belle e toccanti che avesse mai visto. La sua istruzione scolastica non era stata delle migliori, dunque il tempo di lettura fu più lungo e complicato del previsto ma ne valse sicuramente la pena.

Ogni rigolo di inchiostro trasudava amore e affetto verso il ricevente in un modo travolgente e soprattutto universale, allo stesso modo in cui un getto d’acqua bagna solo un fiore ma una pioggia può nutrire un intero campo di fiori. Quella lettera per Angela aveva il profumo di suo marito e l’odore di terra bagnata nelle sere d’estate in cui ballavano davanti alla cascina insieme ai vicini di casa, la stessa umidità che si era formata sugli occhi stanchi dietro agli occhiali.

L’animo di Angela era sempre stato gentile e altruista, da piccola divideva le torte della madre con parenti e amici e ora pensò che non poteva tenere per sé tutta quella bellezza. L’istinto la portò a voltare la testa verso la porta e notò la giacca del nipote, perennemente dimenticata a casa sua e raccolta la mattina successiva prima di andare al lavoro.

Angela sapeva che per Enrico il nuovo lavoro era frustrante e spesso notava negli occhi del nipote un’aria tanto stanca quanto sfiduciata che faceva soffrire entrambi.

Soddisfatta dell’improvvisa decisione, ripiegò il foglio e lo mise nella tasca della giacca del nipote, sperando in questo modo di potergli riempire non solo lo stomaco ma anche il cuore e tornò a sedersi sulla poltrona, aspettando paziente come un pescatore che ha ricoperto di zucchero un’esca di gomma per non ferire la propria preda.