Soggetto di puntata e sceneggiatura di Edoardo Barbini

Le persone omosessuali sono creature affascinanti che offrono diversi spunti di riflessione sia a chi le guarda da dietro un vetro immaginario come se fossero immonde bestie con cui non entrare in contatto perché contagiose, sia per chi invece le tratta per quello che sono realmente, persone. Non hanno vita facile e questo è chiaro, ma ci sono momenti dell’anno in cui il loro orientamento sessuale risulta ancora più problematico, sempre che tale si possa definire.

Così la pensava anche Andrea, coricato a testa in giù sul divano nel suo appartamento da due persone in cui viveva da solo. Per quanto al ragazzo non piacessero gli spazi angusti e abbia trascorso una facoltosa infanzia a dormire diagonalmente in un letto matrimoniale, inizialmente l’appartamento in cui si trovava era destinato ad una vita di coppia. Molti dei suoi amici sostenevano che fosse un azzardo andare a convivere così presto ed effettivamente avevano ragione.

All’inizio di una relazione si pensa di poter sopportare tutto del proprio partner, questo ovviamente perché lo si vede ben che vada un paio di ore al giorno. Ma la convivenza è traumatica per qualsiasi tipologia di coppia, eterosessuale, omosessuale e anche per quelli con un disturbo di personalità multiple. I primi tempi è tutto rose e fiori, addirittura si litiga scherzosamente per poter passare l’aspirapolvere una volta a settimana e fare un favore alla dolce metà, ma bastano pochi mesi e anche le basi della convivenza vengono distrutto al suono di pisciate nei lavandini, immondizia accumulata e tavolette del cesso mai abbassate.

L’ormai ex fidanzato di Andrea non era un tipo disordinato, anzi. Andrea meno che meno, lo si poteva mettere in lavatrice alla massima centrifugazione e ne sarebbe uscito senza un capello fuori posto. I problemi della loro convivenza erano più legati alla sfera caratteriale che comportamentale. Aristotele scriveva nella sua “Politica” che l’uomo è un animale sociale, in quanto tende ad aggregarsi con altri individui.

Sinceramente, quanto possono valere le parole di un uomo appartenente ad una cultura che come re degli Dei aveva un soggetto che ingravidava ragazze attraverso una pioggia dorata?

La relazione tra Andrea e Alberto, questo era il nome dell’ex partner, era nata come moltissime altre: passione e stalking sui social networks. Si erano fin da subito trovati d’accordo su molte cose ed era questa affinità che li aveva portati dopo solo un anno a convivere. A quel punto tutto era iniziato ad andare a scatafascio, le incomprensioni erano all’ordine del giorno e spesso si finiva a litigare per delle stupidaggini. La passione con la quale era iniziata la relazione aveva bruciato così forte che altro non rimaneva ormai se non due fiammiferi carbonizzati, senza più nulla da bruciare.

Quando una relazione finisce, la frase più ovvia da dire e sentire è “ci siamo lasciati”. È una bugia che tutti noi ci raccontiamo per nasconderci dietro alla nostra evidente colpa di non saper mantenere una relazione oppure dietro alla paura di risultare meno forti ammettendo una sconfitta sentimentale. La verità è che al novantanove per centro, la relazione finisce perché uno decide di andarsene e l’altro di subire.

Andrea non l’aveva mai ammesso, ma aveva patito l’allontanamento di Alberto nello stesso modo in cui una zitella può patire la morte del suo gatto. Gli mancavano tutte quelle abitudini giornalieri che rendevano quell’appartamento vivo e non una prigione lussuosa con dentro un prigioniero continuamente visitato dai ricordi. A volte la notte Andrea lasciava addirittura la luce accesa in soggiorno, immaginando che sul divano ci fosse ancora Alberto intento a leggere un banale libro di Fabio Volo prima di raggiungerlo a letto.

Come se non bastasse, Natale era sempre più vicino e insieme al Natale, tutta quell’atmosfera che fa apprezzare la felicità a chi ce l’ha e fa dannare chi non la possiede o non la possiede più. Andrea non poteva mettere naso fuori casa che veniva invaso da coppie felici che si scambiavano gli anelli sotto un albero di plastica o da due piccioncini che si toglievano la cioccolata calda dalla punta del naso con teneri baci, il tutto sotto lo sguardo vuoto del povero cameriere lì in piedi con la mano protesa a porgere un tovagliolo di carta.

Se Babbo Natale esiste, è sicuramente un omofobo di merda, pensava spesso Andrea. L’intuizione che il pancione rosso odiasse un po’ i gay gli era venuta quando aveva notato che tutti vogliono che tu sia felice e gioioso a Natale, ma solo se lo sei con una persona del sesso opposto. Le coppie “normali” potevano quasi progettare un figlio in mezzo alle catene di negozi addobbati di ghirlande e sconti, mentre due ragazzi o due ragazze che si tenevano per mano rompevano quell’atmosfera come un bambino di colore palestinese nella mangiatoia di una stalla.

Ogni colore, ogni profumo del Natale ad Andrea faceva venire in mente la persona di Alberto e se prima questo astio che la festività pareva covare verso quelli al di fuori della famiglia della Mulino Bianco poteva essere calmato con la presenza del fidanzato, ora il ragazzo era rimasto solo con la sua rabbia e il suo fastidio. Diverse volte aveva pensato di proporre ad Alberto un ritorno in quelle mura, ma non avrebbe saputo come dirglielo e soprattutto l’umiltà non era il suo forte.

A stare in quell’appartamento c’era solo da impazzire, così prese la borsa e decise di uscire a fare la spesa. Il frigo era pieno ma Andrea no, e lo calmava passare dalla corsia dei biscotti a quella dei prodotti da bagno lasciandosi cullare dal consumismo sfrenato. Non era tardi, ma il sole era già tramontato da un pezzo in quella fredda sera di dicembre.

Arrivò fino all’ascensore e lo bloccò per permettere ad una donna con un bambino di raggiungerlo ed entrare con lui. Andrea li conosceva, erano parte di una famiglia conservatrice che viveva nell’appartamento di fianco, si erano sempre dimostrati ostili all’idea di avere due gay oltre il muro della cucina ma come tutte le sterili polemiche di un cattolico, altro non potevano fare se non morire ai piedi di un Cristo ormai stufo di ricevere preghiere.

Una volta entrati nell’ascensore, la madre si pose strategicamente a metà tra il figlio e Andrea, per difendere il proprio cucciolo da un nemico inesistente. Saranno stati gli ultimi giorni difficili ma il ragazzo provò una fotta di dolore più forte delle altre volte, sentendosi accusato della colpa peggiore al mondo: essere sé stessi. Sentì una lacrima nervosa salirgli agli occhi ma la sua attenzione passò al bambino che quatto quatto era riuscito ad allungarsi fino a mettergli un sacchetto di carta mal avviluppato nella borsa. I bambini sono spesso stupidi perché non sanno adattarsi alla rete di bugie che i genitori tessono per loro già dalla tenera età ma quel bambino era stato abbastanza sveglio da comprendere il dolore di Andrea, pensando di poterlo alleviare con un dono spontaneo.

La madre assistette impotente alla scena e proprio mentre paonazza cercava un modo per rimediare all’errore del figlio, l’ascensore si riaprì. Quel regalo aveva dato in qualche modo coraggio ad Andrea che appoggiò la mano sulla testa del bambino per ringraziarlo e trovò la sfrontatezza per dire una cosa che pensava da tempo.

«Osmosi».

«Come, scusi?» chiese stupita la donna.

«Non si diventa gay per osmosi».

La donna fece per ribattere ma le porte dell’ascensore si richiusero, facendole ingoiare tutta la bile che stava per espellere. Andrea aveva pensato spesso a quella frase da usare in una circostanza come quella. Non era così intelligente da improvvisare una battuta simile e fino a quando non l’aveva cercata su Google nemmeno sapeva cosa fosse l’osmosi, ma con pazienza l’occasione era arrivata.

Salito in macchina si ricordò del pacchetto, lo tirò fuori dalla borsa e con un sorriso mangiò volentieri le caramelle al suo interno per poi notare solo alla fine la particolarità dell’involucro. Era una lettera accartocciata su sé stessa ma la sua condizione non mutava la bellezza disumana delle parole che conteneva insieme alle caramelle. Andrea dovette rileggerla più volte perché giunto alla fine non riusciva ad essere sazio dell’amore che trasudava e anche se non era dedicata a lui, la mente del ragazzo volò subito da Alberto.

Quelle erano le parole esatte che la superbia di Andrea nascondeva da tempo, le stesse parole che Andrea avrebbe voluto a scrivere ad Alberto per fargli capire cosa provava e farlo tornare in quell’appartamento così freddo senza di lui.
Una nuova forza si impossessò delle sue membra e della sua testa, scattò una foto alla lettera e prese la decisione di andare da Alberto il giorno dopo e compiere un’azione estremamente pericolosa e coraggiosa: parlargli e dirgli come stava, cosa provava. Sapeva che così facendo non era garantito il perdono, ma perché non provarci dopotutto.

Ingerì l’ultima caramella e mise in moto la macchina e il cervello, portando la prima verso il supermercato più vicino e il secondo dodici ore in avanti, fiero come un bambino che in piedi sulla cima di uno scivolo ammira a petto scoperto quello che per gli adulti è un semplice dislivello di un paio di metri ma che ai suoi occhi appare come una tempesta da affrontare e sconfiggere.