Se le festività dovessero possedere fattezze umane, il Natale sarebbe sicuramente quel ragazzino troppo paffuto per essere definito magro e troppo snello per essere definito obeso. San Valentino al contrario sarebbe impersonato dal fanciullo biondo e slanciato con i boccoli e la polo griffata, sogno sentimentale di ragazzine con l’apparecchio e primi esperimenti di trucco mal riusciti. In periodo di San Valentino l’amore scorre come un morbo da una persona all’altra ma sarebbe errato pensare che i giorni intorno al 14 febbraio siano gli unici capaci di smuovere sentimentalmente cuori e animi. Le rose rosse e i Baci Perugina possono essere certamente romantici, tuttavia nulla scalda maggiormente di una via innevata, un albero addobbato, una cioccolata calda e i saldi di Natale, tutte occasioni in cui anche il bambino biondiccio e vestito elegante si deve arrendere al tiepido fascino genuino del ragazzo rotondetto in abiti invernali.

Tutti hanno sognato almeno una volta di ritrovarsi davanti ad una vetrina completamente addobbata o in un qualsiasi altro ambiente a tema natalizio a stringere la mano di un’altra persona non in disaccordo, perché non vale se quest’altra persona con l’altra mano sta componendo il numero delle forze dell’ordine per essere portata via. Il romanticismo capitalistico di Babbo Natale è un’altra di quelle malattie incurabili e Rebecca poteva essere considerata nel pieno della suddetta malattia. Non si trattava assolutamente di una brutta ragazza, anzi. Le guance rotonde e un nasino puntato all’insù come il tartufo di un segugio sulla scia di un profumo di caffè e cannella erano accompagnati da due vispi occhi castani protetti da una frangetta dello stesso colore e i fianchi morbidi venivano spesso nascosti da pantaloni larghi per paura del giudizio altrui.

Ogni periodo natalizio Rebecca camminava per le vie addobbate della sua città, invidiando le mani delle coppie che si stringevano teneramente e spesso indossava felpe con le tasche comunicanti solo per tenersi anche lei la mano da sola, pensando che fosse qualcun altro a farlo. Il motivo di questa sua solitudine non era sicuramente l’aspetto esteriore e nemmeno il suo carattere. Pensava che How I Met Your Mother fosse una serie migliore di Friends ma ci sono difetti ben oltre peggiori al mondo, come essere un anti-vax o mettere la parola “ma” dopo la frase “non sono razzista”.

Per dirla breve, era una ragazza carina e simpatica, ma faceva parte di una categoria ignobile e terribile di persone: gli sfortunati, coloro che dedicano un forte amore ad una persona sorda ai loro sentimenti, come persone che cercano di bruciare un vestito fradicio d’acqua. Il nome del carnefice di Rebecca era Daniele e fu amore a prima vista, o almeno da parte di lei. La ragazza l’aveva incontrato all’università e si era avvicinata a lui con la scusa più vecchia del mondo: le fotocopie degli appunti. Da quel momento i due ragazzi si erano subito trovati d’accordo praticamente su tutto, erano diventati inseparabili. Proprio come secondo le regole dettate dal nuovo romanticismo, Daniele era l’ultima notifica di WhatsApp sul telefono di Rebecca e Rebecca era la prima sul telefono di Daniele appena acceso la mattina.

Il dolore represso di Rebecca non riguardava tanto il rapporto di amici che avevano, ma il rapporto da fidanzati che non avevano. Lei amava tutto di lui, si perdeva con lo sguardo per ore ad immaginare la sensazione della barba di Daniele sulle sue guance e arrossiva davanti a pensieri meno casti, sognando le mani del ragazzo sfiorarle quei fianchi di cui lei tanto si vergognava. Il problema era un nome che fin da subito era stato associato alla figura di Daniele: Enrica. Enrica era una delle cose più orribili che ad un essere umano può capitare, seconda solo al ritrovarsi in mare tra la morte e un leghista, lei era l’ex di Daniele. Ma non un’ex normale, una di quelle ex davvero belle che viene impossibile pensare che qualche ragazzo abbia avuto la follia di lasciarla. Infatti Daniele era stato lasciato e questa cosa lo tormentava continuamente, Enrica era nei suoi sogni, nei suoi incubi e nelle sue tristissime compilation di Spotify composte da banalissime canzoni indie italiane.

Come detto, fin da subito Daniele era stato ben chiaro sulla questione Enrica, dicendo che il suo dolore gli impediva di trovare un’altra relazione nel breve termine ma tutto ciò che diceva era tradotto dal cervello di Rebecca in un continuo “Ti prego, amami”.

Per mesi e mesi i due ragazzi avevano continuato a frequentarsi e Rebecca avrebbe dato qualsiasi cosa per far star meglio Daniele, anche la sua stessa dignità. Più di una volta avevano avuto momenti di intimità non proprio di soli amici, a qualche festa erano anche finiti a letto per ritrovarsi la mattina dopo a scusarsi a vicenda, giustificandosi dicendo che l’alcool era troppo e l’astinenza anche.

Tutte queste immagini scorrevano come diapositive insanguinate sulle vetrine di Natale davanti agli occhi di Rebecca, quando la decisione prese in lei il sopravvento. Non si sarebbe accontentata un solo secondo di più, doveva dire a Daniele che voleva più essere una compagna di università o un nudo errore ad una festa. Tornò a casa e decise di scrivere una lettera, la più bella lettera che il mondo ebbe mai visto. Ogni parola era intrisa di tutto l’amore che quella povera ragazza nutriva per Daniele e trasmetteva un tale calore che Greta Thunberg l’avrebbe utilizzata come prova del surriscaldamento globale.

Poi, la seconda parte del piano. Gli chiese di vedersi al centro commerciale della città, il luogo decisamente più natalizio che le venisse in mente, in particolare sotto il gigantesco albero addobbato nello snodo principale dei negozi. Rebecca aveva l’adrenalina tipica di chi sa che sta per fare un azzardo ma con una positività sconcertante, la terribile consapevolezza che forse le cose sarebbero andate bene per una volta.

Arrivò con largo anticipo all’appuntamento e non appena vide Daniele sbucare dalle scale mobili il suo cuore mancò di un battito e la fece drizzare in piedi.

Ma non appena vide una seconda figura apparire da dietro il ragazzo mentre lo teneva per mano, di nuovo il cuore ebbe un sussulto che lo portò fin sotto i piedi di Rebecca, pietrificandola sul posto.

“Tu devi essere Rebecca” disse la ragazza angelica. “Daniele mi stava giusto parlando di te. Piacere, Enrica”.

Ogni parola di quella meraviglia di essere umano, decorata con boccoli d’oro, bionda come il grano ad agosto e con un fisico da far invidia agli Dei avvolto in una polo firmata, per Rebecca era come un ago rovente infilato nel costato e la borsa contenente la lettera era come se avesse preso fuoco, diventando pesante come un macigno incandescente.

Non ebbe neanche il coraggio di guardare Daniele, bofonchiò qualche parola riguardo al fatto che l’avesse contattato per dargli degli appunti che però aveva distrattamente dimenticato a casa. Si congedò con una scusa il prima possibile e una volta girato l’angolo si accasciò sulla prima panchina libera. Gli occhi rischiavano di esploderle per la quantità di lacrime che contenevano e in un impeto di rabbia Rebecca afferrò la lettera con l’intento di stracciarla, immaginando che a Daniele fosse eventualmente fregato qualcosa.

Ma quelle parole così belle non potevano essere distrutte così facilmente, rese indistruttibili da un amore sincero e nonostante ciò tradito. La morsa tremante di Rebecca si sciolse e lasciò cadere la lettera ai suoi piedi. Ormai il mondo le pareva un acquario e ogni suono le arrivava ovattato di tristezza. Era ora di tornare a casa, non poteva sopportare di rimanere ancora in quell’ambiente fatto di festoni e gioia che parevano sfottere il suo stato d’animo.

Prese un lungo respiro e uscì da quell’inferno natalizio. Si morse il labbro inferiore per reprimere un nuovo attacco di lacrime e si rimise le mani nelle tasche, stringendosele forte per farsi coraggio e sentire un po’ di calore. Con il passare degli anni era normale che conoscesse alla perfezione il tatto della sua stessa mano contro l’altra ma nonostante questo, quello scuro e tardo pomeriggio di dicembre ebbe per un istante come la sensazione di non stringere le proprie dita, bensì quelle di un ragazzino troppo paffuto per essere definito magro e troppo snello per essere definito obeso che la guardava con un mesto sorriso di apprensione.

(Continua)