andrea_scanziLettera aperta al giornalista Scanzi.

Sono troppo agé per scrivere letterine a Babbo Natale, ma di fatto è quello che sto facendo. Sto scrivendo una lettera al giornalista Andrea Scanzi, con la certezza che lui mai la leggerà. Lo credo, e non pretendo il contrario.

Signor Scanzi, buongiorno.

Nonostante la sua giovane età e la sua “scrittura sportiva”, mi impongo di darLe del “Lei”. Lo faccio perché credo ancora fortemente nel ruolo del giornalista, colonna portante ed insostituibile nell’edificazione di un’educazione popolare e, soprattutto, di una “coscienza” popolare.

Già, perché starà sempre al giornalista il compito di informare in modo serio, chiaro ed oggettivo, la popolazione su ciò che sta accadendo. È pagato per farlo ed ha quindi l’onere e l’onore di farlo. Può dare un suo parere, senza ogni dubbio, può essere accondiscendente, diplomatico, “di rottura” e quant’altro. Insomma, il giornalista è (o dovrebbe essere) un lavoro libero da qualunque ricatto o forzatura.

Il giornalista ha, però, un paio di regole dalle quali non può prescindere.

1. Responsabilità

Il giornalista vede il mondo, lo legge e ne scrive a riguardo. In favore di questa “via verso l’onniscienza” non può non sapere il peso che la sua persona assume. Un giornalista di provincia sa perfettamente di avere cento lettori, un giornalista nazionale sa di averne diverse migliaia. Ecco che, forte di questa sua consapevolezza, deve scendere a patti con le responsabilità che inevitabilmente gli spettano. Lo zio di Spiderman diceva “A grandi poteri derivano grandi responsabilità”, ed è proprio così. Rimane ovvio, quindi, che il giornalista di provincia si può permettere delle cose che il giornalista affermato non può fare, come alzare eccessivamente i toni, attaccare in modo diretto un suo contestatore, cedere in provocazioni e insulti.

Sbaglia? Certamente, ma mi permetto di dire che la gravità del suo schiaffo è sopportabile da chi lo riceve. Il giornalista affermato, dal canto suo, non può mai alzare troppo il tono. Deve sapere che il suo inchiostro è molto scuro e sposta di molto il giudizio dei suoi lettori su un certo argomento o su una certa persona. Deve quindi scrivere sì in modo deciso e chiaro, ma ricordarsi sempre che la gente ha molta considerazione di lui e, quindi, potrebbe essere indirettamente responsabile di reazioni violente da parte dei suoi lettori.download-3

2. Eleganza

Come dicevo prima, ho un’immensa considerazione nei confronti del ruolo del giornalista. In ragione di questa figura quasi eroica, mi aspetto sempre un codice di comportamento che va al di là del “politicamente corretto”. Scrivendo su un giornale (o ancor più su un sito) si entra in contatto con l’operaio, il notaio, lo studente, il disoccupato, il collega giornalista. Ecco che, quindi, chi scrive deve trovare un linguaggio per tutti, una sorta di esperanto sociale. Preciso ma non pedante, discorsivo ma non banale, spigliato ma NON VOLGARE. Senza tener conto che, se usate in un certo modo, le parole “auliche” e “nobili” possono ferire di più del linguaggio del volgo.

Perché mi sono permesso di proporLe queste due regole, signor Scanzi? Perché credo sia venuto il momento che qualcuno gliele faccia tornare in mente. Ha una buona capacità oratoria ed un’eccellente scrittura, ma troppo spesso si lascia andare. Lei, come il giornale per cui scrive, Il Fatto Quotidiano.

Non cito esempi, perché tanto entrambi sappiamo di cosa stiamo parlando. La goccia che ha fatto traboccare il mio vaso è stato il suo video nel quale per festeggiare la vittoria del No al referendum si è messo a ballare sulle note di “Another brick on the wall” dei Pink Floyd. Signor Scanzi, che diamine! È un giornalista, non Fiorello! È stata una vostra battaglia e l’avete vinta, ve ne diamo tutti atto, ma non son disposto a sopportare una caduta di stile tanto rumorosa.

Bologna - 05/05/2012 - set dello spot de il Fatto Quotidiano (Roberto Serra / Iguana Press)

In ultimo, due parole sul giornale che Lei rappresenta.

La ramanzina che mi sono permesso di fare, vale anche per la linea editoriale de Il Fatto Quotidiano. Sono sinceramente contento di acquistare un giornale che non riceve soldi pubblici, che non perde occasione per tirar fuori il marcio che c’è nel mondo, anche a costo di passare per quelli che “si lamentano solo” (e io so che non è così). Chiedo umilmente una presa di coscienza però, e la chiedo a Lei, al signor Travaglio e a tutti i suoi colleghi. I giornali che puntano a vendere copie con i titoloni, sono altri! Sono i giornali che trattano con pressapochismo gli argomenti, che cercano solo ed esclusivamente lo scandalo, sono giornali che consapevoli della pochezza del loro contenuto, cercano di rendere il più visibile possibile la confezione. Il Fatto Quotidiano non era così, non fatelo diventare in questo modo, ve ne prego.

Decido di soprassedere, per il momento, sulla qualità della versione Facebook del giornale, perché lì ammetto che non riuscirei ad essere così diplomatico. Sulla pagina social si sprecherebbero gli esempi di articoli su temi erotico-sessuali-scandalistici solo per accaparrarsi qualche likes. È ancora meno il vostro stile, ma ripeto: una cosa per volta.

Con la certezza che non la leggerà mai, ma con la speranza che un giorno Le compaia questa lettera sulla scrivania, Le porgo i miei più sinceri saluti.

La gara a chi urla più forte, lasciatela fare a chi vende il pesce al mercato. Voi dite di vendere la verità, no? Ebbene, la verità fa casino anche se sussurrata.