Una cosa assolutamente chiara di questi primi mesi del 2017 è che, se segui la politica americana, non puoi MAI prenderti una pausa. Figuriamoci staccare una settimana.

La prima settimana di Aprile è stata qualcosa di incredibile, nel bene (poco) e nel male (tantissimo).

Il fatto principale è stato l’attacco dell’esercito Siriano sui civili usando armi chimiche e il successivo attacco americano alla base aerea siriana, dalla quale l’attacco sarebbe partito.

Martedì 4 Aprile intorno alle 6 di mattina, l’aviazione del regime siriano di Bashar al Assad ha bombardato con armi chimiche – probabilmente un misto di gas sarin e cloro – la città di Khan Shaykhun, a una settantina di chilometri da Idlib. A questo primo bombardamento, mentre i feriti venivano trasportati e curati negli ospedali, è seguito un secondo bombardamento con armi tradizionali, sugli ospedali stessi. È una tecnica militare volta a far il maggior danno possibile e che, in questo specifico caso, ha causato circa 80 morti e centinaia di feriti.

Qualche giorno dopo, nella notte tra giovedì 6 e venerdì 7 Aprile, gli Stati Uniti hanno attaccato e distrutto la base dell’aeronautica militare siriana di Shayrat, dalla quale si pensa che l’attacco siriano sia partito. L’attacco americano ha causato molti malumori nel governo russo, alleato del regime di Assad e grande clamore mediatico.

È stato un fatto “davvero grande” che richiede delle precisazioni, soprattutto alla luce delle banalità complottiste e ignoranti che si leggono su internet. Purtroppo molti pensano – tra cui anche la Russia e i suoi sotenitori – che l’attacco chimico non sia stato fatto da Assad ma sia stato organizzato apposta per poterlo attaccare a sua volta. La versione russa, poi cambiata pi volte, è stata che l’attacco sia stato condotto dai ribelli siriani che avrebbero fatto esplodere un deposito di sostanze chimiche che avrebbe causato i morti da avvelenamento. Per quanto affascinanti possano essere le teorie alternative, questa è una scemenza.

Innanzitutto Assad è un dittatore che più volte ha usato armi chimiche contro i civili (tutte documentate) e che in tutti questi lunghi anni di guerra civile si è macchiato di atrocità forse peggiori di quelle naziste. Parliamo di campi di tortura per i suoi oppositori, cure negate alla popolazione, amputazioni punitive e molto altro. Inoltre solo il suo esercito ha i mezzi per poter portare un attacco di quel tipo, in quei tempi e con quei risultati. Attacco che poteva avvenire solamente per via aerea e che ha avuto questo risalto mediatico grazie alla presenza fortuita di alcuni osservatori indipendenti nelle zone limitrofe. Per ultimo bisogna ricordare che la provincia di Idlib, dov’è avvenuto il bombardamento, è l’ultima rimasta in mano ai ribelli e che, solamente la settimana prima, c’era stata una battaglia per il controllo della zona in cui l’esercito di Assad ha perso numerosi uomini e mezzi. Si è trattato dunque di una rappresaglia, nessun complotto nessuna trama segreta. Assad l’ha fatto perché poteva farlo, perché il suo alleato forte, la Russia, gli avrebbe coperto le spalle, come per’altro ha fatto egregiamente all’Assemblea delle Nazioni Unite.

Quello che infatti in pochi si aspettavano è stata la reazione americana. Negli anni scorsi non era mai intervenuta in prima persona in questi affari militari e ci si aspettava la medesima situazione. Ma con Trump le cose possono cambiare letteralmente di ora in ora.

Trump per mesi si è sempre dichiarato contro l’interventismo americano all’estero – anche se contemporaneamente promuove un’America “muscolare” – e a favore di rapporti pacifici e collaborativi con la Russia. Anzi, a causa dei suoi rapporti e del suo staff con la Russia, mai del tutto chiariti, c’è un’indagine dell’ FBI in corso. Qualcuno sostiene che buona parte della ricchezza di Trump dipenda da fondi russi e che quindi lui abbia bisogno di mantenere buoni rapporti con il governo di Putin. Invece “The Donald”, stupendo un po’ tutti, ha autorizzato l’uso di 59 missili tomahawk contro la base dell’aeronautica militare siriana, distruggendo magazzini di armamenti, aerei e uccidendo 6 persone. Ovviamente non sarebbe Trump se non fosse anche un investitore della ditta che realizza i suddetti missili e che dall’attacco Usa ci abbia guadagnato personalmente con l’aumento di valore delle loro azioni in Borsa.

Una delle figure chiave che sembrerebbe essere dietro al cambiamento di posizione del Presidente americano è HR McMaster, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale. È un militare molto esperto e rispettato che ha assunto l’incarico dopo le dimissioni di Michael Flynn, avvenute a causa dei suoi stretti legami con il governo russo. Il suo arrivo ha infatti portato ad un intiepidirsi delle relazioni tra Stati Uniti e Russia. Addirittura il segretario di Stato statunitense Rex Tillerson è arrivato a dichiarare che i russi non sono riusciti a fermare l’attacco siriano perché «sono stati degli incompetenti o forse sono stati semplicemente manovrati dai siriani». Una frase che solo due settimane fa sarebbe stato impensabile sentire.

McMaster però è anche riuscito in una seconda operazione non da poco: rimuovere Steve Bannon dal consiglio per la sicurezza nazionale. Bannon è l’ex presidente di Breitbart News, forse il più importante sito di estrema destra americano, punto di riferimento per l’alt-right, quel movimento molto di destra che ha costituito un’importante base elettorale per Trump. Da molti viene considerato l’ideologo della politica e dell’amministrazione Trump e la sua rimozione da quell’organo è molto simbolica. Se infatti politicamente non cambia molto, dimostra come gli equilibri interni stiano mutando di settimana in settimana. È probabile che adesso vedremo una maggiore esposizione dei suoi due altri consiglieri: Kellyanne Conway e il genero Jared Kushner, persone più concrete e meno estremiste.

Non bisogna pensare che sia finita qua, anzi. Venerdì infatti il Senato ha approvato la nomina a Giudice della Corte Suprema di Neil Gorsuch, magistrato repubblicano molto rispettato. La notizia è però di come si sia arrivati alla sua nomina. Le regole della politica USA prevedevano che per ogni nomina per un giudice della Corte Suprema – giudici che una volta eletti non hanno termine di mandato e rimangono in carica a vita – ci fosse una votazione a maggioranza semplice (51 voti su 100 membri) del Senato. Però era previsto anche che, in caso di ostruzione da parte di un gruppo di membri di un partito, si potesse fare una votazione per aggirare l’ostruzionismo ma con almeno 60 voti. Regole antichissime che servivano ad incoraggiare soluzioni moderate e di ampio consenso, quantomeno al Senato. Per arrivare alla nomina di Gorsuch il partito repubblicano ha cambiato per sempre queste regole e adesso basteranno 51 voti per saltare un qualsiasi tentativo di ostruzionismo. Questo cambiamento viene anche chiamato “nuclear option”, l’opzione nucleare. Un nome un programma. Ora i Repubblicani – ma varrà anche per i Democratici se avranno mai la maggioranza al Senato – possono far approvare quasi qualsiasi cosa avendo la maggioranza semplice.

In un qualsiasi altro momento storico la nomina di Gorsuch e il cambiamento delle regole sarebbe stata una notizia clamorosa. È avvenuta in concomitanza dell’attacco americano e quindi è passata un po’ in secondo piano (nessun complotto, il giorno della votazione era deciso da tempo e i tempi dell’attacco sono quelli standard) ma rimane da capire cosa comporterà nei prossimi mesi. Per un sistema come quello americano, che vive di regole e regolamenti spesso complicati ma sicuramente fondanti del suo senso di democrazia, è un cambiamento molto importante.

Nelle prossime settimane vedremo anche come si evolvono il conflitto in Siria e soprattutto cosa succederà con la Corea del Nord, altro “obbiettivo” annunciato in questi giorni di Trump il pacificatore. Si spera che la diplomazia faccia un lavoro migliore di quello fatto fin qua, non fosse altro che quelle persone soffocate nella propria saliva meritano giustizia ma non quella che parte dalle portaerei.