di Vanessa Lucca

Ed eccoci qua sopravvissuti anche quest’anno alla kermesse musiclae più famosa del belpaese, ovvero Sanremo 2020! Il 70esimo festival quest’anno verrà ricordato sicuramente per l’uscita di scena di Bugo e la conseguente eliminazione del duo con Morgan, per i battibecchi tra Fiorello e Tiziano Ferro, le lungaggini dello show che hanno fatto sì che molti artisti in gara si esibissero per la prima volta anche dopo la mezzanotte, per i costumi di Achille Lauro, i baci saffici e non saffici etc etc, ma poco per le canzoni. Io come sempre invece tenterò di parlare di quello che dovrebbe essere il motore portante del Festival di Sanremo, ovvero di musica.

Quest’anno, tra le tante novità (24 campioni in gara, nuova conduzione di Amadeus che ne è anche direttore artistico) vi era anche un nuovo metodo di votazione delle canzoni. Infatti erano previste ben 4 giurie con pesi e rilevanza diversi: giuria demoscopica per i primi due giorni e per la serata finale (i “300” scelti tra un pubblico eterogeneo di fruitori di musica), l’orchestra di Sanremo (che giudicava la serata cover), la sala stampa (che giudicava a partire dalla quarta serata) e il televoto valido solo nell’ultima serata. Dopodichè con un sistema complicato tutti i voti andavano a sommarsi a seconda della loro percentuale di rilevanza et voilà, si ha il vincitore: Diodato.

Il sistema sulla carta poteva anche funzionare ma ha mostrato lacune imbarazzanti:

– c’è stata disparità di trattamento tra le nuove proposte e i campioni. Le 8 nuove promesse infatti sono state giudicate inizialmente solo dalla giuria demoscopica, tramite un sistema ad eliminazione diretta tra coppie di esibizioni molto limitante, che a volte ha fatto sì che si dovesse scegliere tra il male minore. Poi i 4 finalisti finalmente hanno potuto esibirsi venerdì sera facendosi giudicare dalla sala stampa, sempre a coppie di sfide ad eliminazione diretta. Modus operandi molto ma molto limitante che spero che il prossimo anno rivedano.

– l’orchestra (che ricordiamo, è l’unica giuria in cui fanno parte tutti musicisti professionisti) ha potuto esprimersi solo in una serata “diversa” dalla kermesse. Avrei preferito che avessero potuto dare un giudizio anche sulle vere canzoni in gara, in modo tale da poter avere anche un parere obiettivo da dei veri esperti del settore. Parlando invece di risultati finali, personalmente trovo più giusta la classifica parziale dettata dalla giuria demoscopica perché rispecchia senz’altro meglio la varietà della proposta musicale italiana.

Prendiamo ad esempio le prime 10 posizioni: al di là della scena rap che non viene minimamente presa in considerazione, probabilmente perché nella giuria demoscopica i giovanissimi non ci sono, troviamo effettivamente tutta la varietà musicale italiana del momento. La canzone pop e cantabile di Gabbani (che non capisco però perché l’abbia interpretata in maniera quasi caricaturale), il brano melodico de Le Vibrazioni, il rock di Piero Pelù (animale da palco, ha saputo scaldare l’Ariston e fare da apripista anche per altri interpreti affinché scendessero tra il pubblico durante le loro esibizioni), l’ambiente indie orecchiabile dei trentenni “mainagioia” dei Pinguini Tattici Nucleari, il brano da Radio 105 di Elodie (che peccato sia in italiano, perché in inglese sarebbe proprio il classico tormentone da radio), la classica canzone da Sanremo con ritornello cantabilissimo di Diodato, un altro po’ di rock al femminile di Irene Grandi (che porta un brano di Vasco e si sente tutto), la raffinatezza di una grande cantante come Tosca, un bel brano di Zarrillo che dimostra di sapersi rinnovare in meglio man mano che il tempo passa e un certo tipo di indie più di nicchia di Levante (brano che sicuramente cantato da qualcun’altra avrebbe ottenuto un risultato migliore).

Insomma, si sono espressi in una certa direzione: meglio il pop che i classici sanremesi. E infatti poi la sala stampa ha ribaltato il risultato facendo balzare Diodato al primo posto (continuo a non spiegarmi come abbia potuto fare così tanta presa un classicone sanremese) e facendo entrare nelle prime 10 posizioni anche Rancore (bravo nelle parti rap ma ho trovato il brano proprio povero, nonostante abbia vinto il premio per il miglior arrangiamento) e Achille Lauro (ottima esibizione, lui conferma di saperci fare, ma purtroppo la canzone è un po’ troppo simile a Rolls Royce, però quest’anno ha cantato meglio), a discapito di Zarrillo e Levante. Della sala stampa ho apprezzato l’ultimo posto di Alberto Urso (siamo nel 2020, se vuoi proporre un brano lirico devi cantare bene almeno come Bocelli).

Alla fine la classifica finale è rimasta come quella dettata dalla sala stampa – almeno nelle prime dieci posizioni – se non per qualche scambio interno, quindi viene da chiedersi quanto abbiano avuto peso le votazioni di sabato: di fatto la quarta serata, in cui la sala stampa ha potuto esprimersi, aveva già decretato il risultato finale. In generale, rivedendo le esibizioni su Rai Play dell’ultima serata, a parte qualche brano proprio soporifero ho trovato questo Festival abbastanza inclusivo delle varie scene musicali italiane e coinvolgente, nonostante clichè triti e ritriti (l’espediente ottava bassa/ottava alta è stato abusato!) e canzoni che sarebbero state anche belle con interpreti diversi. Anche ‘sto giro però non ho notato alcuna canzone che spiccasse più delle altre…

Bugia, non è vero, adoro la canzone di Anastasio, personaggio di cui ignoravo l’esistenza prima di martedì sera. Non sto scherzando, è una delle poche canzoni che mi è rimasta in mente e lui fa un rap ben interpretato e credibile. Visto che alla fine Sanremo è anche utile per scoprire cosa offre l’Italia musicale? Per gli scettici e i criticoni, serve anche solo perché “se lo conosci, lo eviti”.