Necessarie, ma non richieste, come sempre, le analisi del voto, specie nel caso di territori importanti per il panorama politico come l’Emilia Romagna.

È bene ricordare che si è votato anche in Calabria, ma la scena è stata completamente monopolizzata dall’Emilia Romagna per due fattori:

1- È una delle regioni più ricche e meglio amministrate d’Italia con un governo politico di sinistra stabile dal 1946;
2- È stato il territorio di scontro per il referendum sul governo e su sé stesso indetto da Salvini medesimo, questo, in virtù del primo fattore menzionato.

In Calabria in ogni caso ha vinto nettamente il centro destra, ma a far da traino non è stata la Lega, come nel 2019, bensì Forza Italia: un ritorno al 1994. La Lega si posiziona terza, dietro a Fratelli d’Italia. Prima forza politica il PD con oltre il 15,00% dei voti. Un risultato piuttosto incredibile se contestualizzato rispetto al percorso storico dell’ultimo triennio ove nel 2018 il M5S raggiunse quasi il 50,00% dei consensi e la Lega ottenne circa il 20,00%, nel 2019 la Lega arrivò oltre il 35,00% cannibalizzando il consenso pentastellato. Oggi Salvini ottiene meno del 10,00%, dietro a Fratelli d’Italia, e il M5S rimane sotto il 10,00% relegandosi a quarta in classifica tra tutte le coalizioni.

Nel caso emiliano la situazione, invece, è più complessa poiché molte sono le letture che si sono date, e spesso tutte ancora focalizzate non sui risultati, ma sulla percezione pre elettorale delle stesse: qui i sondaggi hanno portato molti influencer ad affermare che si tratti di “sconfitta evitata per il PD”, bene, ma non è lo specchio dei dati, specie quelli storici.
Sul tema dei sondaggi, si può riscontrare come anche questa volta abbiano gravemente sbagliato: tutti, anche quelli interni alle forze politiche, davano l’Emilia Romagna come una regione già vinta da Salvini o quanto meno con un testa a testa serrato sino all’ultimo voto, da qui la percezione appena descritta. Il distacco di oltre il 10,00% dimostra, invece, che non sia mai stato così.

I dati in questo senso sono chiari: negli ultimi dieci anni, la crisi dell’impianto partitico di primo novecento, la crisi economica, la totale assenza di ideologie ha lasciato un vuoto enorme che ha destabilizzato tutte le forze politiche storiche e favorito il “vento populista”, nello specifico l’Emilia Romagna diventò una regione “contendibile” già un decennio fa. Bonaccini nel 2015 fu eletto con una ridotta maggioranza e un’affleunza del 38,00%, la più bassa di sempre, è un centro destra dove la Lega già iniziò a crescere. Nel recente 2018 vinse a macchia il M5S, nel 2019 vinse nettamente e ovunque la Lega. Oggi il PD riconquista il primo posto in tutti i capoluoghi di provincia, in gran parte delle province e delle aree rurali (sino al 2019 in netta mano leghista, anche con differenze dal PD di oltre il 15, 00%) e perdendo di poco, in un “tête à tête”, in Provincia di Piacenza. Ravenna e Rimini, zone che storicamente son state più contendibili di altre. La Lega quindi torna seconda, dopo un anno costante di crescita e un posizionamento drastico nei primi posti, sempre con chiare differenza tra ambiti urbani e ambiti rurali, ma rimane stabile oltre il 30,00%.

Il fatto che si pensi che sia stata contendibile è anche frutto della narrativa di Salvini e della sovraesposizione dedicata dai media alla sua persona. Sempre in questo senso la campagna elettorale del PD è stata completamente oscurata dalla massiccia presenza di Salvini che ha reso totalmente “macchietta” la candidatura della Borgonzoni: quella che doveva essere un’elezione regionale è diventato un referendum personale su Salvini che, in un certo senso, ha riproposto le medesime dinamiche del referendum su Renzi del 2016. Queste elezioni costituiscono un netto cambio di passo nello story telling politico poiché hanno rappresentato l’affermazione definitiva dell’iperpersonalizzazione della politica italiana, cominciata nel 1994 con Silvio Berlusconi, ma mai così chiaramente affermatosi.

Ciononostante, Matteo Salvini risulta ancora vincente sotto certi aspetti: nella sua prima dichiarazione stampa da sconfitto è riuscito a far passare il messaggio che gli elettori han scelto altro, ma che lui continuerà a lavorare nonostante gli attacchi dei media, ma, cosa ancora più importante, è riuscito a trasformare un linguaggio che in passato lo danneggi parzialmente, come il sessismo, in un attacco alla sua candidatura. Il totale ribaltamento della realtà. Tutto questo condito da un “ritornerò, ancora più forte”. Non un discorso da sconfitto, insomma. Qui la grande capacità di riuscire a rimanere ancorato, con fare camaleontico, al potere. Rimane quindi un leader forte e che la Lega stessa non metterà mai in discussione, detto questo la Lega subirà probabilmente una qualche forma di perfezionamento della sua dialettica.

Sempre all’interno della coalizione non ci saranno cambi di gestione, nonostante l’ottimo risultato da Nord a Sud di Fratelli d’Italia: quest’ultimo di conferma attorno al 10,00% sia nel Nord e sia nel Sud e si posiziona nettamente sopra Forza Italia all’interno della colazione, nonostante la Calabria sia stata vinta proprio dalla compagine di Berlusconi.

Significativa la presenza e partecipazione delle Sardine che, con le sue mobilitazioni a livello nazionale, sicuramente è riuscito a smorzare i toni della dialettica salviniana, ma non a comprometterli, ma può comunque essere l’inizio di una fase in cui sarà importante non sprecare le occasioni messe a disposizione dai risultati e magari costituirsi in un movimento alternativo al M5S, ma con una connotazione più a sinistra. Del resto dopo questa débâcle il M5S non è clinicamente morto, ma lascia comunque uno spazio vuoto enorme nelle praterie di estrema sinistra (in piccola parte) e nell’area populista di destra (in gran parte). Il Governo non sarà salvo grazie a questo, ma a Palazzo Madama alcune cose potranno cambiare.