Roma è un film che fa male e, allo stesso tempo, è un film che ti lascia molta speranza. È un film reale e quotidiano che racconta, in un certo senso, la storia di molti di noi.
Alfonso Cuaròn attinge direttamente dalla sua infanzia per dare vita alla sua ultima opera, distribuita da Netflix e vincitrice del Leone d’oro a Venezia.
Siamo negli anni ’70 a città del Messico e il film, ambientato totalmente tra le “mura” domestiche di un quartiere della capitale, segue le vicende di una famiglia, concentrandosi in particolare su Sofia, donna dell’alta borghesia e madre di 4 figli e Cleo, la sua domestica.
Sono loro le protagoniste del film in quanto “Roma” è, essenzialmente, l’omaggio alle donne che hanno aiutato Cuaròn a diventare l’uomo che è oggi.
Il film è tecnicamente perfetto, con una fotografia in bianco e nero che definire meravigliosa è quasi denigratorio. Forse addirittura troppo perfetta per una storia di questo tipo. Chi è abituato al Cuaròn di “Gravity”, “Harry Potter” e “I figli degli uomini” rimarrà probabilmente spiazzato perchè il film gioca in un altro campionato: inquadrature lunghissime e lente dove l’assenza di colonna sonora mette in risalto i suoni del mondo circostante. “Roma” è uno spettacolo per gli occhi e un duro colpo per l’anima. E’ cinema allo stato puro, un tipo cinema che non si vedeva da un pezzo e che trova la sua massima espressione nelle due scene cruciali del film: il parto e la vacanza al mare. Due scene di una potenza devastante. E’ un film intimo e, sicuramente, non per tutti.

È difficile capire dove sia il confine tra l’autobiografia e il romanzo, ma è ben chiaro come Cuaròn abbia cercato di raccontare in maniera più o meno velata non solo la sua storia personale, ma anche la nascita della sua arte. Chi si è chiesto da dove siano nate le idee di “Gravity” e “I figli degli uomini”, infatti, troverà qui le risposte.
Ma in “Roma” lo scenario post apocalittico di “Children of Men” lascia il posto a un Paese in rivolta e l’ignoto spazio di “Gravity” cede il ruolo da protagonista all’ignoto della realtà quotidiana. Ma un elemento comune tra i tre film rimane, ed è l’acqua. Quell’acqua che vediamo nel finale dei film precedenti è la prima immagine che ci viene mostrata durante lo scorrere dei titoli di testa in “Roma”. E quell’acqua è la stessa che ci porteremo dietro per tutta quanta la durata della pellicola. E’ l’acqua che lava lo sporco e che viene servita a tavola, ma sono anche le acque che si rompono prima di un parto e si presentano minacciose sotto forma di onde del mare. È acqua che toglie la vita e allo stesso tempo ne genera una nuova e inaspettata, una metafora che Cuarón utilizza per raccontare la (ri)nascita di una famiglia dopo la tragedia , sullo sfondo di aerei che volano in luoghi sconosciuti come un Paese che va verso l’ignoto.
Ma pur lanciandosi in un livello filosofico molto alto, Cuaròn rimane con i piedi per terra raccontando questa storia in maniera semplice e diretta, attraverso le due figure principali del film: Sofia e Cleo. Due personaggi molto diversi, ma con una cosa in comune: sono donne e, in quanto donne, sono sole. Totalmente abbandonate dalla figura dell’uomo queste donne devo farsi strada in un mondo complesso potendo contare solo sulla loro forza. Attenzione, non è un film femminista inteso in senso classico. In un’epoca in cui Hollywood cerca di dare più risalto alle donne mettendole costumi da supereroi e proponendo scadenti remake (vedi “Ghostbuster” o “Ocean’s”) o reboot di ruoli maschili (vedi la proposta di James Bond donna), Cuaròn si distacca dalla facile retorica raccontando una storia reale e ricordandoci che le donne sono sempre delle figure eroiche. Lo sono tutti i giorni, nella loro quotidianità. Perché il coraggio non lo tirano fuori davanti ad un green screen, ma nei pericoli, nelle disgrazie e nelle difficoltà di ogni giorno.