people-43575_960_720Hai voglia a dire: non diamogliela vinta. Non cediamo alla paura. Non facciamo sì che il terrore cambi le nostre vite.

Le nostre vite, ci piaccia o meno, sono cambiate. Irreversibilmente, forse. La mia generazione non ha vissuto l’orrore della guerra. Durante quella del Golfo, da bravi bambini preferivamo Bim Bum Bam ai telegiornali. Nel periodo della guerra a noi geograficamente più vicina, quella nell’ex Jugoslavia, eravamo ragazzini incoscienti. E pensavamo che un singolo benefico di Ligabue, Pelù e Jovanotti potesse bastare a sistemare le cose. L’unico vero momento in cui abbiamo provato paura, paura che certe cose potessero colpire noi, i nostri cari, è stato l’attentato alle Torri Gemelle. Settembre 2001. Una vita fa.

Smaltito lo choc, ha prevalso nel mondo occidentale la convinzione che “quei poveracci avevano avuto l’incredibile sfiga di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato”. Un pensiero che ci rassicurava. Ci dicevamo: basta non farci trovare in posti pericolosi, dopotutto. Basta non andare in Medio Oriente, nelle zone di guerra, nei luoghi a rischio attentati.

Ma oggi questo non basta più. Se prima in qualche modo era sufficiente stare alla larga dal terrore, non stuzzicarlo, oggi il terrore ce l’abbiamo in casa. A due passi. Il nemico non è più incarnato dal supercattivone alla Bin Laden, ben identificabile. Ma da persone come noi, vicini di casa, che magari abbiamo salutato appena il giorno prima. Che possono decidere il nostro destino in ogni momento. Instillandoci spietatamente la certezza che nessuno di noi è più al sicuro. Aeroporti, stazioni, strade, piazze, bar, lungomare, spiagge. Tutto, in un attimo, può diventare uno scenario di sangue.

La triste ed inquietante condanna dell’uomo degli anni Duemilaedieci è quella di non poter più essere padrone della propria vita. Ed allora che fare? Conviverci. Certo, è una parola. D’altronde, non possiamo fare altro. Rassegniamoci e preghiamo. Inermi di fronte a tragedie enormi ed incomprensibili. No, forse un’altra cosa si può fare. Decidere cosa fare nel tempo che ci viene concesso.

Se è nelle tragedie che riscopriamo quanto sia importante la nostra vita, allora, cari esseri umani, serve l’impresa. Proviamo un poco a meritarcela, noi vivi, questa vita. Cerchiamo di essere delle brave persone. Delle belle persone. In tutti i modi nei quali è possibile applicare questo impegno. Vivi. Con chi è vicino a noi, con chi vediamo ogni giorno e con chi non conosciamo. Proviamo a farlo in ogni ambito della nostra esistenza: familiare, lavorativo, ricreativo. Una frase fatta? Forse. Parole eccessivamente facili? Forse. Difficili da mettere in pratica, però. Terribilmente difficili. Perché questa è l’impresa definitiva, la più grande di tutte. E i cui risultati rimangono per sempre, indelebili nel tempo.

Sopravvivendo ad ogni orrore.