erica-idealmentreLe persone che scappano dalle guerre, prima di lasciare definitivamente la propria casa, si fermano 16 volte, in 16 tappe. Lo dice una statistica: le tentano tutte, si rifugiano da amici, da amici di amici, poi da parenti, poi da amici di parenti. L’82% non avrebbe mai lasciato la Siria. “Mollare tutto” sta in fondo all’elenco: cercare di salvarsi, affidarsi a criminali, attraversare il mare, l’Europa. In fondo all’Europa, in Grecia, ci sono oltre 50 mila profughi. Adesso.

Sono partita come volontaria a fine giugno 2016, dopo lo smantellamento forzato del campo profughi di Idomeni, il più grande campo profughi d’Europa, nato a marzo 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica (l’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia ha costruito una barriera): un cancello chiuso ha creato un convoglio di 15 mila persone tra i binari della ferrovia che attraversavano i campi. Centinaia di tende, 15 mila rifugiati sbarcati sulle isole greche.Le reti macedoni si perdono in un bosco a ovest del campo, qualcuno ha provato a saltarle diverse volte, è stato visto, è stata avvisata la polizia e sono stati picchiati, hanno distrutto i loro cellulari e li hanno riportati ad Idomeni.

Le Nazioni Unite non hanno riconosciuto il campo di Idomeni, non ci sono le strutture per definirlo “rifugio”, inizia lo smantellamento forzato, qualcuno inizia a lasciare volontariamente il campo e sceglie il rimpatrio. Nascono campi governativi, i cui accessi sono gestiti dall’esercito greco; nascono là dove sorgevano vecchi magazzini.Secondo i dati forniti dalla Commissione Europea, a fine settembre il numero dei rifugiati in Grecia ammontava a 60.500 unità, tra isole e Grecia continentale. Sono ritornata in Grecia a fine settembre e mi sono occupata della prima distribuzione del vestiario invernale, dopo aver censito ogni tenda, insieme ad altre volontarie.

Abbiamo riorganizzato un container da cima a fondo e distribuito due cambi a persona.”Vasilika” è nell’entroterra, 305 tende all’interno di una vecchia fabbrica, si dorme sul cemento, 1250 ospiti, 500 sono minori, divisi in 7 padiglioni (hangar). Qualcuno ha ancora un po’ di soldi (gli altri – tra scafisti, sciacalli e sopravvivenza quotidiana – non hanno più nulla) va in paese, compra frutta, verdura, prodotti per l’igiene personale e li rivende nel campo, hanno ricreato un piccolo market all’interno di Vasilika; altri ancora, per impegnare la giornata, hanno ricominciato a fare il loro mestiere: c’è un ragazzo che ha ripreso a tagliare i capelli agli altri rifugiati. Gli appuntamenti per la presentazione della richiesta di asilo sono cominciati il 1 settembre, e la priorità viene data ai soggetti cosiddetti “vulnerabili”, come minori non accompagnati, gli anziani e le persone seriamente ammalate. Aspettano di ricevere un sms che dica loro l’ora e la data della prossima intervista, quella che potrebbe aprir loro le porte per l’Europa.

Per tutti l’attesa è lunga e snervante, soprattutto per coloro che sanno di non avere possibilità di poter essere ricollocati in altri paesi europei, né che la loro richiesta di asilo venga accolta in Grecia. I campi governativi, inoltre, si trovano in condizioni di sovraffollamento e isolamento. Per molti, l’attesa è a tempo indeterminato, e si aggrappano alla speranza di una futura, quanto improbabile, riapertura del confine macedone. In una tenda vivono minimo 3 / 4 persone, all’esterno della fabbrica ci sono docce fredde e bagni chimici. Quando piove, il campo si allaga.

L’acqua si prende lo spazio che vuole e separa di nuovo questa gente, un altro confine, per cui andare da una parte all’altra diventa un’impresa. Non arriva abbastanza vestiario nei container, dopo qualche giorno abbiamo deciso di  investire i fondi dei nostri donatori in vestiario urgente, siamo rientrate a casa e ci siamo rimboccate di nuovo le maniche, non ci vogliamo fermare.

Lancio un appello a chiunque voglia sostenerli: due donne medico, altre due volontarie ed io, stiamo organizzando progetti a scopo di beneficienza, raccogliamo fondi e ritorniamo a Vasilika il 20 Gennaio.

Vi sto raccontando la storia di persone che devono ricominciare tutto da capo, che non hanno più un posto in cui tornare in Siria.  Da qui possono solo andare avanti. Siamo in Europa e basterebbe poco, da parte di ognuno di noi. Se ognuno di noi donasse una minima cifra, potremmo vestire tutti quanti. E se ci fosse un’azienda con fondi di magazzino, meglio ancora, potrà detrarli dalle tasse. Tra poco li vedremo tutti blu dal freddo. Volete fare qualcosa? Donate.

Raccogliere i soldi per una pizza e una birra non è un grande sforzo e qualcuno potrà passare l’inverno senza morire per congelamento. Arrivano a Vasilika anche minori non accompagnati. Sono nella tenda 1A8. Una scena che ho impressa: la mattina sfilavano i bambini davanti al container in cui lavoravamo, andavano a scuola, allestita a pochi metri dal campo. Passavano, facevano capolino, “Hel – looo my friend !”, e ti chiamavano per farsi guardare e farsi chiedere “Ohhhh goodmorning! Are you going to school?”, e loro “Yesss Yes”, e ripartivano, con uno zaino che arrivava fino alle caviglie.

Da piangere.

(Erica Pedratscher)