Jennifer-Lawrence-nude-in-a-photo-published-online-by-a-hacker1Il 31 agosto 2014 sarà per sempre ricordato come il giorno in cui tutto il mondo ha visto le parti intime di Jennifer Lawrence (e non solo le sue).

Tre giorni fa, infatti, un hacker è riuscito ad accedere ai server di iCloud prelevando e diffondendo foto private di circa un centinaio di celebrità. Quella più colpita (forse solo per impatto mediatico) è stata la protagonista della saga The Hunger Games che contava una lunga serie di scatti hot in posizioni ammiccanti.

Il popolo del Web si divide in due schieramenti: chi ringrazia l’ignoto pirata per il grande dono fatto all’umanità e chi denuncia l’accaduto gridando alla violenza sessuale. Tuttavia la questione di fondo non è tanto discutere su quanto sia moralmente giusto o sbagliato intrufolarsi nella vita privata delle persone famose e non, ma capire come sia possibile che gli utenti carichino contenuti tanto privati su iColud.

Nonostante Internet e le App siano ormai il nostro pane quotidiano c’è ancora parecchia ignoranza in materia. Con l’avvento di Facebook e simili è venuto meno nella coscienza comune il concetto di privacy. Troppo spesso ci troviamo a condividere contenuti privati ignorando che possono essere accessibili a 2,5 miliardi di persone. Ma soprattutto spesso ignoriamo che una volta postato qualcosa tornare indietro è praticamente impossibile. Ogni immagine pubblicata su Facebook, ogni foto inviata su Whatsapp viene salvata su un server al quale non abbiamo accesso, e anche con la più drastica delle soluzioni (eliminare il profilo) non abbiamo la certezza che quel contenuto venga rimosso (nel caso di Facebook ciò è esplicitamente scritto nelle impostazioni sulla privacy). Quante foto sul Web ci ritraggono in stati pietosi all’uscita dei locali? Quante invece ritraggono i nostri figli appena nati? Quante ci vedono protagonisti di situazioni imbarazzanti? E quanto facilmente queste immagini possono essere utilizzate in maniera inadeguata da terzi? Sia chiaro, Internet, i Social e le App non sono il male. Siamo noi che li usiamo male.

Ma sono sicuro che dopo questo avvenimento tutti abbiano imparato qualcosa: la Lawrence starà più attenta nel condividere il lato hard della sua privacy e la Apple ha preso atto di non essere invulnerabile. In realtà tolti questi soggetti forse la restante parte della popolazione non ha capito nulla. Perché in fondo tutti speriamo in un nuovo caso di violazione di vita privata, o per lo meno ci speriamo finché la privacy in questione non è la nostra.