Storie di grandi delusioni e occasioni mancate, di esperienze inappaganti e proposte inadeguate, segnate da illusioni, rese, umiliazioni, senso di frustrazione. Il racconto delle testimonianze di chi cerca, oggi, lavoro in Italia stride malinconicamente con il concetto di ‘festa’. Ne proponiamo qui alcune, con l’auspicio che stimolino una riflessione e contribuiscano a non abbassare l’attenzione su quello che, per troppe persone, resta un’emergenza che sfocia nel dramma.

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SCHIAVI DELLA PAURA – Mi riferisco a una persona che ha già trovato lavoro, ma forse sarebbe meglio se ne cercasse un altro. Questa conoscente è “costretta” a lavorare 8/10 ore al giorno, a fronte di un contratto per un’altra mansione che di ore ne prevede solo tre. Ovviamente è pagata solo per le tre che sono a contratto. Per di più non potrebbe nemmeno ricoprire il ruolo che le stanno facendo svolgere perché non ha i requisiti, ma è inquadrata solo come assistente. La cosa ancora più triste è che tutto nasce dal fatto che lei stia sostituendo una collega malata di tumore che è in cura, alla quale non verrà rinnovato il contratto proprio perché malata. Ma ovviamente con altre scuse.L’ulteriore aggravante è data dal fatto che in questo lavoro, ci sia la necessità di un certo numero di “operatori”, ma nonostante tutto lei è sola e lavora con un rischio altissimo per pochi spicci. È veramente triste che nel 2019 ci siano ancora persone schiave della paura da non poter lavorare con dignità.

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PRIMA ESPERIENZA – Qualche settimana fa vengo contattato per una posizione da tester software, colui che prova i nuovi software e cerca tutti i bug e le problematiche. E’ un lavoro particolare, spesso sottovalutato e fatto fare ai programmatori. La ragazza dell’agenzia del lavoro mi dice di presentarmi il prima possibile in sede per un colloquio. Mi faccio dare l’appuntamento nel loro primo giorno libero e mi presento, nonostante i 50 minuti di coda e traffico, spaccando il minuto. Alla reception mi chiedono cosa voglio, gli racconto della telefonata. Nessuno sa nulla. Faccio il nome della persona che mi ha telefonato qualche giorno prima e si apre qualche spiraglio di intesa. La persona alla reception controlla sul computer, io vedo riflesso sui suoi grandi occhiali il monitor aperto palesemente su Lastampa.it. Mi dice che non c’è più posto. Nessun colloquio, nessun CV, niente. Lastampa.it dice che non c’è più posto. Faccio le mie rimostranze, ripeto la telefonata e mi spiegano che hanno finiti i posti per il corso di formazione obbligatorio da fare con loro prima dell’eventuale periodo di prova in azienda. In ogni caso il mio profilo non va bene, per fare il loro corso serve la laurea in informatica e due anni di esperienza. L’azienda cerca persone alla prima esperienza (con studi classici!) da poter formare da zero internamente. L’agenzia del lavoro invece cerca una figura totalmente diversa che gli garantisca il passaggio del loro corso. Poi uno non dovrebbe bestemmiare.

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ACCONTENTARSI. È questa la parola d’ordine che risuona per i tanti giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Dimenticati dalle istituzioni, concentrate ad investire sui pensioni, senza grandi garanzie lavorative e spesso costretti ad accettare condizioni simili a quelle dei lavoratori agricoli di origine straniera nelle campagne del Sud. Vi sembra eccessivo come riferimento? Considerate che il contratto medio proposto a un giovane, con o senza esperienza, è almeno nella metà dei casi un contratto di tirocinio a 600,00€ o 500,00€ al mese per trenta quaranta ore complessive a settimana. Tradotto in retribuzione oraria si tratta di circa 3,80€/ora in media. E per chi ha contratti diversi la situazione non è poi così migliore a ben guardare: tra ricatti morali, richieste impegnative, carichi di lavoro eccessivi e diritti spesso evasi in favore di una ambita stabilità economica che sempre di più sembra un miraggio per molti. Quello che più è difficile accettare è il pressing derivante dai nostri cari e dalla società che ci vorrebbero il prima possibile fuori di casa, in relazioni matrimoniali e magari anche con figli, tutto questo, però, senza le stesse garanzie e lo stesso sostegno che ricevettero i nostri genitori o i nostri nonni. In questa spirale siamo costretti ad accettare lavori che non ci piacciono o che non siano propriamente nelle “nostre corde”, a lavorare per guadagnare qualche forma di stabilità più che di indipendenza, a lottare con noi stessi rimandando spesso i nostri sogni ad altro, oppure, a cercare con il lumino di cera le occasioni che ci capitano risparmiando il più possibile. Insomma, tra tutto, siamo obbligati ad accontentarci.