5343368719_26b10d9263_zNiente da fare. Dopo l’attacco al Museo Nazionale del Bardo di Tunisi, dopo la distruzione dei siti archeologici assiri di Mosul, di Hatra, di Nimrud e dopo la cancellazione di tantissimi altri reperti storico – artistici e luoghi di culto, l’Is è riuscito ad arrivare anche a Palmira.

Dopo giorni di combattimenti, infatti, anche l’antica città siriana, che per secoli ha custodito un patrimonio culturale inestimabile, è caduta in mano ai terroristi del Califfato. E si contano già i primi danni, le prime perdite  umane – nella città si contano al momento almeno 17 morti, tra le quali molte avvenute per decapitazione –  e di reperti – sono già crollate, infatti, alcune delle celebri colonne della Via Colonnata – il tutto segnalato dall’Unesco e dalla direttrice generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ora chiede disperatamente un cessate il fuoco nelle vicinanze del sito.

Ed ora dagli Stati Uniti si dichiarano «estremamente preoccupati», mentre da Riga il Presidente francese Hollande sostiene che  si debba «agire per difendere il patrimonio culturale dell’umanità e per trovare una soluzione politica». Ma cosa si farà veramente per Palmira? Si cercherà di difendere seriamente questo straordinario patrimonio, che in sé racchiude la storia di antiche civiltà e culture che per secoli e secoli hanno resistito alle intemperie del tempo e delle vecchie battaglie? Si interverrà davvero, oppure aveva ragione Vittorio Sgarbi la scorsa settimana al Salone del Libro di Torino, quando diceva che dal momento in cui anche Palmira è stata assediata ci saranno solo giornate di lutto per la perdita di una parte fondamentale di storia che sicuramente avverrà, dato lo scellerato non – intervenire?

Mentre tutti ci poniamo queste domande, mentre i “grandi capi” si interrogano sul da farsi e si limitano a ritenersi preoccupati, l’Is ora ha il controllo di più della metà del territorio siriano ed ha posto Palmira sotto un rigido coprifuoco, isolandola dalla corrente elettrica. E si avvicina ancora di più a Damasco, che dal sito archeologico dista soli 200km. 5347326510_5dfcc2fc9a_z

Vorrei non essere polemica verso questa situazione drammatica, ma sinceramente non mi riesce. Al di là delle innumerevoli e tragiche perdite umane, che avvengono con metodi barbari e disumani, i jihadisti portano avanti praticamente indisturbati il loro progetto di distruzione della storia, che tanto li spaventa, che tanto li terrorizza al punto di volerla cancellare tramite la facile distruzione di ogni reperto archeologico che possa anche solo minimamente far riferimento a ciò che è venuto prima di loro, che cade indifeso sotto la loro follia totalitaria.

Sempre più attuali, purtroppo, sono a questo punto le parole di Domenico Quirico: «Le pietre, le statue, i templi parlano. Tutti li possono leggere. Parlano più dei sermoni e dei discorsi: sono lì, esistono per smentire chi vuole semplificare, annullare, maledire: chi esige un passato senza sfumature, periodi, svolte. Allora bisogna ucciderle, quelle pietre, polverizzarle per affermare che la Storia è stata scritta di nuovo e definitivamente. Altrimenti l’impalcatura della finzione cade, l’avvento islamista diventa arbitrario, incerto, una parentesi che finirà, prima o poi».

Chissà quali saranno adesso le prossime “vittime mute” del Califfato. Per quanto io possa stimare l’opinione e le previsioni del calmo e tenero Sgarbi in merito a questi avvenimenti, spero però che questa volta si sia sbagliato.