Botón_Me_gusta.svgMettiamo bene le cose in chiaro: la popolarità e la fama è cosa da sempre ricercata dall’essere umano. Semplicemente si è evoluto con il tempo il modo di ottenerle, e soprattutto il significato di possederle. Se un tempo si acquistava la gloria scazzottandosi sotto le mura di Ilio o rivendicando la proprietà di sepolcri in Terra Santa, ora la fama cammina a pari passo con la tecnologia, e a farla padrona sono le views su YouTube o i likes su Facebook.

E per quanto vi sembrerà assurdo, per molti tutto ciò non ha nulla di sbagliato, la popolarità acquistata da voto generale è gradita e ricercata. “Pecunia non olet”, direbbe un troppo tirchio Vespasiano. Lo sbaglio però giunge nel momento in cui questa fama si crea attraverso canali percorribili da tutti e soprattutto senza quel qualcosa che possa realmente rendere fieri di essere popolari.

Signore e signori, ma soprattutto ragazze e ragazzi, è con senile rammarico che vi presento l’ultimo modello di autoerotismo globale: il pollice digitale. Affascinante, unisessuale, agognato ma soprattutto facile da ottenere, questo ammasso di pixel azzurro cielo ha letteralmente cambiato la vita a migliaia di persone, schiavizzandole sotto la catena comune dell’istantaneo click. Non fraintendetemi, non vi sto raccontando certe cose mentre sono seduto su di una panchina al parco ad osservare i lavori comunali commentando la valuta euro/vecchie lire. Ve ne parlo da spettatore giornaliero.2696198607_804f72d5fc_z

Sono sempre più rari i casi in cui il pollicione blu arrivi realmente a qualcosa per cui è davvero lecito provare ammirazione. Questa, etimologicamente parlando, non è altro che una sottile invidia verso un’azione o una capacità non comune con il diretto interessato. E se per caso il buon Zuckerberg si fosse arrabbiato per queste mie ultime righe, lo tranquillizzo immediatamente dicendo che c’è una bella differenza tra dire “mi piace” o “lo ammiro”. Sono molte le cose che possono piacere, due lunghe gambe depilate in spiaggia, una tartaruga adagiata sull’addome di un surfista sexy o una più classica foto di piccole palle di pelo scodinzolanti.

Ma siete certi di provare ammirazione in queste circostanze? Calma, non sforzatevi di trovare una risposta, ci penso io: no. Una bella foto può trasmettervi ammaliamento, tenerezza, batticuori amorosi, ma non ammirazione. Perché l’unica cosa che vi separa dal poter dire “Io non potrei mai fare una cosa simile” è semplicemente l’assegnazione degli attributi da parte di Madre Natura e, dannazione ai limiti umani, sognatevi di poter cambiare questa regola.

Ma perché tutto questo astio verso la popolarità dei social network? Forse penserete che sia un ordinario relitto nell’immenso mare dell’anonimato, ma vi pongo un’ultima domanda prima che cambiate pagina per controllare le vostre notifiche su Facebook. Da quando i likes sono diventati la moneta corrente per la scalata sociale? Esattamente come per l’autoerotismo, il vedersi contornato da profili a cui piace ciò che si è o ciò che si fa è indiscutibilmente piacevole, lo ammetto. Ma nel momento in cui tutto ciò diventa un motivo per essere superiori a qualcun altro, il meccanismo della logica si inceppa.Untitled-1

Se state ancora leggendo, sono felice per voi. Perché proprio per la fine ho voluto serbarvi la ciliegina sulla torta. Se non credete a ciò che ho scritto, lamentatevene con il ragazzo che in una discussione è arrivato a dire testuali parole. “Ma cosa ne vuoi sapere tu! La mia foto profilo ha più di duecento likes, la tua nemmeno dieci. Non vali nulla”. Perché si, talvolta le nocche risultano più efficaci dei pollici. E fanno più male.