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Stiamo vivendo uno dei periodi di migrazione dell’elettorato più importante della storia della Repubblica Italiana, non c’è dubbio. L’esplosione del Movimento 5 stelle, l’arrivo di Renzi, la riesumazione della Lega 2.0 di Salvini: nuove idee (vabbè, non esageriamo…) e nuovi punti di vista contrapposti con il partito di sinistra che litiga con la CGIL, il partito della secessione che diventa unitario – federalista ma unitario – e che coagula il consenso attorno all’antieuropeismo, in pieno stile Le Pen, il non-partito che dicotomizza lo scontro, creando una lotta di classe che manco negli anni Sessanta, tra la casta ladra e i cittadini derubati.
Insomma, il gioco delle parti.

In tutto ciò vengono progressivamente inghiottiti gli altri partiti: i partiti cattolico-liberali sono ormai una costola del PD, quelli di sinistra “radicale” non si vedono in Parlamento dal 2008 (se non tramite l’ala più moderata rappresentata da SEL), il M5S e la Lega stanno diventando i veri partiti rappresentanti dei lavoratori, sottraendo questo dovere ai partiti post-comunisti; un’offerta politica che è quindi ormai troppo confusa, troppo scarsa: come posso io, operaio di 50 anni che a 20 votavo PC, sentirmi rappresentato da Salvini che comunque, volente o nolente, gli immigrati li odia, o da uno che nei comizi dice di essere “oltre Hitler” e sostiene che la mafia avesse “una sua morale”? (Non venitemi a dire che sono solo frasi estrapolate male. L’ha detto. Tanto basta.) Come posso farmi rappresentare da Renzi che ogni giorno litiga col sindacato e che sulle botte agli operai di Terni non dice una parola?

Arriviamo al dunque: ho letto il bell’articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica.it, “La CGIL abbandonata dagli elettori del PD: solo 1 su 4 la sostiene” a cui vi rimando per i dati sul consenso e, in generale, perché è una bella analisi che forse può spiegare ancora meglio a cosa mi riferisco. Leggendolo ho pensato subito: ma allora, quelli che sostengono la CGIL chi votano? Se ne stanno andando dal PD, non voterebbero Salvini neanche sotto minaccia, dubito si sentirebbero rappresentati da un partito anti-sistema, e quindi anche anti-sindacato.

La soluzione si è profilata alle europee con la Lista Tsipras, forse. Per una volta si è riusciti ad unificare i partiti di sinistra radicale, arrivando alla fatidica soglia del 4%. Tuttavia penso che l’esperimento della lista Tsipras abbia funzionato per il carisma del giovane leader di Syriza, dove lo troviamo lo Tsipras italiano?

Avete capito a chi voglio arrivare: Civati. A mio parere, potrebbe essere l’unico in Italia capace di unire la sinistra e formare una seria opposizione a sinistra alla politica di Renzi (che, a mio parere, non è Berlusconi, ma ha bisogno di argini, come ne esistono in ogni democrazia) per due motivi: ha ragione Renzi quando sostiene che una fuoriuscita verso sinistra di Bersani, Cuperlo & Co. (persone intelligenti e oneste, per carità) li condurrebbe solo all’anonimato, in pieno stile Fini, per poter fare qualcosa serve un leader nuovo, capace e giovane, ormai i canoni sono questi; in secondo luogo lo spezzettamento dei partiti di sinistra (Sel, Prc, Pdci) non consente l’identificazione in essi di una classe che ormai non ha più veri rappresentanti, è necessario che un vero partito si ponga in quella posizione.

Secessione quindi? Perché no. Un partito col 40% per cento dei consensi difficilmente potrà veramente portare avanti gli interessi di tutti, avrà dentro di sè troppe anime diverse che lo porteranno a non riuscire ad agire bene (ci ricorda qualcosa?). Sbloccare l’intera area della sinistra consentirebbe invece di recuperare elettori, uno dei veri problemi degli ultimi tempi, e di ristabilire un confronto politico serio, tra un partito liberal all’americana e un partito che richiami la tradizione comunista e popolare italiana, senza chiudersi nei salotti, ma questo Civati penso lo sappia. Quindi, fatti più in là.