Torino olimpica: Piazza San Carlo “Caval ‘d Brôns”

Ha ceduto una transenna? È esploso un petardo? C’è stato un boato dal parcheggio sotterraneo? Cosa ha scatenato il terrore?

Sono queste le domande che ci stiamo facendo in riferimento ai fatti di piazza San Carlo a Torino di sabato 3 giugno. Telegiornali e voci viaggiano di pari passo in questi giorni, su cosa sia stato a scatenare il panico nelle migliaia di persone che si erano radunate per vedere la finale di Champions League tra la Juventus e il Real Madrid che ne è poi risultato il vincitore.

La dinamica è poco chiara, ma si evince che in seguito a questo ignoto evento scatenante, la folla ha cominciato a spingere per allontanarsi, nell’isteria generale, calpestando chi aveva davanti per riuscire a scappare dal presunto pericolo. Bilancio: più di 1500 i feriti, per fortuna per ora nessuna vittima ma tre persone in gravi condizioni tra cui un bambino appena uscito dal coma.
È frustrante che tanti anni dopo la strage dell’Heysel si debba di nuovo parlare di una tragedia in relazione a una finale di calcio, che oggi come allora non centra nulla con ciò che è accaduto se non per aver procurato i tifosi in gran numero. Questa è la vera maledizione, non quella delle finali perse dalla Juventus. 
Ma la paura condivisa ormai condiziona la nostra vita, se ci si aggiungono gesti poco consoni all’ambiente in cui ci si trova, il danno è fatto, e non si può più far nulla per fermarlo.
Questa mattina ho incontrato una ragazza alla fermata, aveva il collare cervicale come se avesse avuto un incidente d’auto, solo dopo mi sono accorto che faticava anche a muovere una gamba. Era seduta sulla valigia e si muoveva maldestramente. Cercando di capire se avesse bisogno mi ha fatto intendere di essere una dei 1527 ricoverati dopo sabato sera. Mi ha detto sorridendo: “maledetta partita, non fa bene quando ti camminano sulla schiena”. In quel momento mi sono sentito profondamente in colpa nonostante io non fossi in quella piazza a vedere il match, forse perché probabilmente non avrei potuto fare nulla di diverso da ciò che hanno fatto quelli che l’hanno calpestata. Ma ho visto la sofferenza nei suoi occhi, non per le contusioni, ma per le ferite psicologiche dell’accaduto.

Mi ha ringraziato sinceramente quando sono sceso dallo stesso bus su cui le avevo portato la valigia, le ho risposto che era il minimo che potessi fare, perché in effetti era così: come sicuramente avrà fatto qualcuno quella sera direttamente sul posto, con molta più difficoltà, urgenza e utilità rispetto a me oggi, quando ce n’è necessità bisogna fare quel che si può per aiutare! Bisogna fare quel che si può per aiutare. Lo ribadisco.

Pensate a quanti concerti siete stati, a quante partite, in mezzo a quante folle di persone siete stati: la bellissima sensazione di essere insieme per la stessa cosa. Cantare le stesse canzoni. Saltare,ballare o gioire insieme. Chiudete gli occhi e immaginate che da un momento all’altro, venti- trenta persone comincino a spingervi, pressate da altre centinaia, mentre voi istintivamente calpestate i vostri amici per non cadere sotto quel fiume di gente. Nel pensiero di qualcuno che è stato li a terra, calpestato da altre persone che con difficoltà potevano fare altro per non finire li sotto con loro, troverete la forza per aiutare qualcuno quando ne ha bisogno. Pensateci. È vostro dovere civico farlo.