“Buonasera, grazie a tutti. Bè insomma, io penso che l’aborto…” e il pubblico scoppia a ridere.
Inizia così il nuovo spettacolo di Louie C.K. che dal 4 aprile è disponibile su Netflix. Nessuna introduzione, nessuna battuta di riscaldamento per fare ambientare il pubblico. Perché Louie C.K. è fatto così, diretto, spietato, cattivo, cinico e chi lo segue lo ama proprio per questo.
Per coloro che invece non hanno idea di chi sia il personaggio in questione il riassunto potrebbe essere molto breve: Louie C.K. è probabilmente il più grande comico al mondo. Nato alla fine degli anni ‘60 da padre economista, madre ingegnere e nonno chirurgo Louie C.K (nome d’arte di Louis Székely) ha mosso i primi passi nel mondo della stand-up comedy negli anni ‘80, diventando ben presto autore dei testi di David Letterman e Conan O’Brien. Negli anni ha scritto, diretto e interpretato alcune serie tv (tra cui Louie in onda dal 2010 e considerata la migliore comedy degli ultimi anni), ma ciò per cui è maggiormente conosciuto e apprezzato sono le sue stand up-comedy, ossia quelli spettacoli dove vi è un solo attore sul palco che recita un unico monologo per un’ora e mezza.

Nell’ultimo show dal titolo Louie C.K. 2017 il comico statunitense presenta una sola novità: la divisa in giacca e cravatta. Per il resto, invece, i canoni dello show sono sempre gli stessi.
Dopo aver utilizzato l’aborto come incipit dello spettacolo, C.K si lancia in un assurdo monologo nel quale sostiene che le donne dovrebbero avere il diritto di ammazzare i bambini. Si passa poi al suicidio, al rapporto con la vita e con le persone defunte e, dopo un’analisi secondo la quale il miglior momento di un matrimonio sia il divorzio, si finisce con una finta dichiarazione di omosessualità. Il tutto condito da qualche battuta razzista nei confronti di cinesi, afroamericani e messicani. Come al solito si rimane shockati, si ride un sacco e si riflette. Perché con la sua cattiveria Louie C.K. fa riflettere in continuazione, come dimostra “Of Course, but maybe” uno dei suoi più belli e famosi monologhi passati.

Ma perché Louie C.K. è ritenuto, all’unanimità, uno dei più grandi comici viventi? Perché è cattivo? Perché è volgare? Perché si accanisce con crudo cinismo verso i bambini? No. Louie C.K. è il più grande comico vivente perché è sincero. Nei suoi spettacoli il protagonista è lui. E non perché è presente sul palco, ma perché parla della sua vita. L’unico personaggio dello show è un uomo di 49 anni, divorziato, con due figlie, figlio di immigrati e pieno di difficoltà nel relazionarsi con le donne. Quell’uomo è Louie C.K. stesso.

Siamo all’inizio del 2017 e nello show non si parla mai di Donald Trump. Quanto sarebbe facile inscenare uno spettacolo comico sul neo presidente americano? E invece niente, neanche mezza frecciatina, mentre in Italia Benigni e Crozza continuano ancora oggi a ironizzare su Berlusconi. Tolta qualche cinica battuta sull’ISIS non si parla mai esplicitamente di politica perché la satira di Louie C.K. punta in un’altra direzione. La sua comicità affonda le radici nella concezione che l’essere umano sia un qualcosa di spregevole e che, di conseguenza, abbia reso uno schifo l’esistenza. E se ci pensiamo un attimo (ma neanche troppo) non possiamo dargli tutti i torti.

Partendo da quel presupposto C.K. comincia quella serie di ragionamenti inversi nei quali una tesi a sostegno del suicidio nasconde in realtà un elogio alla vita. Questa caratteristica dell’utilizzare i ragionamenti controintuitivi non è poi nient’altro che una metafora per raccontare l’assurdità del genere umano, talmente folle da aver avuto bisogno di una legge contro l’omicidio per capire che ammazzare un altra persona è un atto aberrante. “Non è tanto l’atto di ammazzare un altro che fa schifo, quello che fa schifo è finire in carcere.”

Louie C.K. si è messo a nudo e ha cominciato ad utilizzare sé stesso e la sua vita per ironizzare su tutto ciò che ci circonda. Questa è stata probabilmente la carta vincente che gli ha permesso di entrare in empatia con il pubblico.

Mentre Benigni ci dice in continuazione che ama follemente sua moglie finendo in un’odiosa e sdolcinata retorica, Louie C.K racconta di quanto lo facciano impazzire le figlie, di come abbia avuto impulsi omosessuali dopo aver visto Matthew McConaughey in Magic Mike, e di come la ragazzina di cui era innamorato alle medie lo abbia piantato in asso durante il ballo di fine anno. C.K. non fa retorica per il semplice fatto che la vita contiene più dispiaceri che gioie, ma come ha affermato in un’intervista su Rolling Stones “Entrare in contatto con versioni artistiche dei propri dispiaceri è qualcosa di molto salutare. Ti aiuta a capire che nella vita anche le cose peggiori hanno un valore.”

In Italia non potremmo mai vedere un comico come Louie C.K. a maggior ragione se pensiamo che uno dei nostri migliori comici come Corrado Guzzanti è stato censurato per aver paragonato il Vangelo a Harry Potter. Figuriamoci cosa succederebbe se uno recitasse il monologo “More of me” di C.K. o l’invettiva contro Anna Frank di Ricky Gervais.
Ci ha provato Luttazzi a fare qualcosa del genere, e la storia di come è finita la sappiamo tutti.

Eppure sarebbe bello che anche da noi la satira si potesse esprimere così liberamente, con quella cattiveria e quel cinismo che la caratterizzano e che ti lasciano l’amaro in bocca. Perché molto spesso per svegliarsi è necessario ricevere un pugno nello stomaco piuttosto che sentirsi recitare una poesia.