Non sono esperto di economia e non occupo posti nel ministero specializzato in questo campo (e sospetto che, per questo, in questo momento Tria un poco mi stia invidiando). Pertanto non mi sbilancerò nell’ipotizzare quali possano essere conseguenze e rischi del contenuto del Def marchiato con la lettera scarlatta, anzi con il numerino scarlatto, del 2,4%, che non è la percentuale dei tiri del Frosinone nello specchio della porta bensì il famigerato rapporto deficit/Pil, cifra che sfora abbondantemente rispetto agli impegni presi con l’Europa come l’orario del Grande Fratello Vip in terza serata.

C’è chi parla di catastrofe in arrivo. Il menù dell’agguato ormai lo conosciamo bene: l’Europa, lo spread, i mercati, gli investitori stranieri, gli alieni di Mars Attacks. E le cronache da Piazza Affari già lasciano intendere che l’inverno potrebbe arrivare. C’è, invece, chi festeggia la manovra parlando di una rivoluzione che instaurerà un nuovo Eldorado in Italia. Ognuno ha la sua idea, insomma, e nella maggior parte delle volte è collusa con le convinzioni politiche. Come dice il poeta lo scopriremo solo vivendo (o Dio ce la mandi buona, dipende dal punto di vista). Sia come sia, i 5Stelle hanno fatto quanto ci si aspettava. E’ perfettamente inutile scandalizzarsi, gridare alla follia e accusarli di avere premuto il pulsante nucleare. In tema economia la loro proposta era sostanzialmente questa, la gente li ha votati perché evidentemente convinti da questa proposta. E’ la democrazia, bellezza, che ci piaccia o no.

Le mie idee non coincidono esattamente con quelle dei Di Maio boys, anzi. Ma mi riservo la speranza che la nave non si stia avviando a cozzare verso l’iceberg (rotta che peraltro conosce benissimo da anni). Tifare per il default allo scopo di mandare a casa questo Governo è esercizio scorretto, comunque la si pensi: perché se lo sforamento, come ipotizza qualcuno, innescherà davvero la modalità Venezuela, le conseguenze, inutile dirlo, non le pagheranno gli ormai incravattati 5Stelle, bensì il popolo a cui hanno furbescamente intitolato la manovra. Non ci si può ridurre a una mera questione di tifo: in un mondo ideale dovrebbe prevalere l’attaccamento alle sorti di questo disgraziato Paese. Dopo tanto buio, vorremmo tutti uscir a rivedere le stelle (anche meno di cinque, grazie).

Questo però non mi esime dal definire lo slogan usato per annunciare l’approvazione del reddito di cittadinanza, ‘Abbiamo eliminato la povertà per la prima volta nella storia’, pompato dai social grillini come fosse l’ultima promozione della Tim, una roba vergognosa, indegna persino di essere sbeffeggiata in un meme. Un insulto alla categoria che questi signori dicono di voler difendere. Roba da rivalutare i cartelloni del Berlusconi che prometteva un milione di posti di lavoro: almeno lì, appunto, ci si limitava a promettere. Niente di cui stupirsi, ovviamente: l’attuale Governo vive di sparate su Facebook, regno incontrastato dell’illusorio e della superficialità, peculiarità con le quali i nostri vanno a nozze come la moglie di Bonolis con il lusso. E non si pensi che sia sufficiente turarsi montanellianamente il naso e aspettare sulla solita riva del fiume: la strategia comunicativa gialloverde ha stravolto per sempre le regole e chi verrà dopo di loro riciclerà il loro stile di gioco, magari pure peggiorandolo. Però.

Però anche la propaganda deve darsi un limite. Soprattutto quella espressa da una forza politica che può godere di un largo consenso e aspira a governare il Paese per molti anni. Altro che ‘Abbiamo eliminato’: serve davvero sottolineare che quello perennemente in crescita della povertà, dramma che riguarda più di 5 milioni di persone (dati Istat di giugno), non si combatte e, soprattutto, non si vince in pochi minuti, manco fosse Uma Thurman nel combattimento finale con Bill? Più che annuncio, una provocazione verso chi continuerà, alla faccia dei social slogan, ad avvicinarsi con terrore alla fine del mese. Proteggere le categorie più deboli della società deve (dovrebbe) essere un sacrosanto dovere e una priorità di ogni governo, prenderle per i fondelli anche no, grazie. E anche se non aumentano i soldi in busta paga, pure le parole sono importanti e no, non sono le solite critiche da rosicone piddino come qualche ultras grillino mi sbraiterà subito contro con il riflesso di un Terracciano contro il Milan.

Perché se davvero la manovra by 5Stelle avrà effetto positivo, ed è tutto da dimostrare, questo lo si vedrà solo attraverso un difficilissimo percorso che richiederà anni. Decenni. E di certo non si potrà parlare di vittoria totale, ma al massimo di riduzione della povertà. Se, e ripeto se, davvero funzionerà, i frutti li raccoglieranno i nostri nipoti (sempre che nel frattempo non siano emigrati in un altro Paese). E sarà passato un po’ di tempo dallo strombazzato Habemus Def. Auguri. Bisognerebbe poi ricordare ai celebranti in stile Grande Bellezza sul balcone di Palazzo Chigi che il testo definitivo del documento ancora non c’è, ma non vogliamo turbare la serenità del loro party.

Comunque, consiglio non richiesto: se davvero l’obiettivo è portare il cambiamento distinguendosi dai governi precedenti, allora è tempo che le parole ‘serietà’ e ‘responsabilità’ possano essere inserite in una frase dove Di Maio e company incarnino il soggetto senza gridare all’ossimoro. E sarebbe bello lo capisse anche il loro social media manager, che immagino nel loro organico, quanto a importanza, conti come il segretario di un partito. Perché oltre alla povertà non sarebbe male iniziare a combattere, questo sì per la prima volta nella storia, il nemico più forte di tutti i tempi: la cara, vecchia demagogia. E dire che per vincere non servirebbe sforare alcun deficit.